Infotel
E-Learning, LMS, Learning Management System, Scorm

Le affezioni cronico-degenerative della colonna vertebrale sono di assai frequente riscontro presso collettività lavorative dell’agricoltura, dell'industria e del terziario. Esse, sotto il profilo della molteplicità delle sofferenze e dei costi economici e sociali indotti (assenze per malattia, cure, cambiamenti di lavoro, invalidità) rappresentano uno dei principali problemi sanitari nel mondo del lavoro.

Il National Institute of Occupational Safety and Health (NIOSH - USA) pone tali patologie al secondo posto nella lista dei dieci problemi di salute più rilevanti nei luoghi di lavoro.

Negli Stati Uniti il low-back pain determina una media di 28,6 giorni di assenza per malattia ogni 100 lavoratori; le patologie del rachide sono la principale causa di limitazione lavorativa nelle persone con meno di 45 anni e gli indennizzi per patologie professionali della colonna assorbono il 33% dei costi totali di indennizzo. È stato stimato che, per tali affezioni, i settori produttivi dell'industria statunitense spendono ogni anno una somma di circa 20.000 miliardi di lire italiane per trattamenti e compensi assicurativi.

Nei Paesi Scandinavi la media di giorni di assenza per low-back pain è di 36 per 100 lavoratori ed il 25% delle pensioni per invalidità lavorativa sono dovute a spondiloartropatie croniche lombari.

In Gran Bretagna si registra una media di 32,6 giorni di malattia per low-back pain ogni 100 lavoratori: fra questi il 4% cambia ogni anno lavoro per patologie della colonna vertebrale.

In Italia, le sindromi artrosiche sono, secondo ripetute indagini ISTAT sullo stato di salute della popolazione, le affezioni croniche di gran lunga più diffuse.

D’altro lato, le affezioni acute dell’apparato locomotore sono al secondo posto (dopo le affezioni delle vie respiratorie comprendenti anche le sindromi influenzali) nella prevalenza puntuale di patologie acute accusate dagli italiani.

Ancora in Italia, le sindromi artrosiche sono al secondo posto tra le cause di invalidità civile. Secondo stime provenienti dagli Istituti di Medicina del Lavoro, le patologie croniche del rachide sono la prima ragione nelle richieste di parziale non idoneità al lavoro specifico. Tra gli infortuni sul lavoro, la lesione da sforzo, che nel 60-70% dei casi è rappresentata da una lombalgia acuta, non fa registrare alcun trend negativo nonostante vi siano ampi fenomeni di sottostima per via di omesse registrazioni.

Gran parte delle affezioni qui citate, trovano in specifiche condizioni lavorative un preciso ruolo causale o concausale. In particolare in letteratura è ormai consolidato il rapporto esistente tra attività di movimentazione manuale di carichi ed incremento del rischio di contrarre affezioni acute e croniche dell'apparato locomotore ed in particolare del rachide lombare.

Questa constatazione ha spinto alcuni paesi occidentali ad emanare specifiche normative e standard rivolti a limitare l’impiego della forza manuale nello svolgimento delle attività lavorative; sono di rilievo in tal senso la guida dello statunitense NIOSH (1981) per il sollevamento dei carichi e la legislazione svedese (1984) sull'argomento.

L'esperienza italiana dei servizi di medicina del lavoro sulla materia si è sviluppata a partire dalla metà degli anni '80 ed è stata in grado di dimostrare l’esistenza di specifici rischi lavorativi in diversi contesti in cui vi è un largo ricorso alla forza manuale: addetti all'edilizia, operatori mortuari, addetti all'industria ceramica, cavatori, operatori ospedalieri, addetti ad operazioni di facchinaggio, sono tutte categorie in cui è stato possibile dimostrare un eccesso di patologie riconducibili alla concreta condizione lavorativa.

Una delle caratteristiche più evidenti delle trasformazioni avvenute nel mondo del lavoro nell’ultimo ventennio è senza dubbio costituita dalla enorme diffusione che i processi di informatizzazione hanno avuto sia nell’industria che nel terziario.

Tali processi, se da un lato hanno rappresentato un’evoluzione tecnica che ha permesso il conseguimento di miglioramenti anche sostanziali sotto il profilo produttivo e gestionale, dall’altro lato hanno imposto mutamenti così radicali e rapidi rispetto al modo tradizionale di lavorare da non consentire agli operatori di poter comprendere e conseguentemente adeguare le proprie conoscenze ed abitudini alle esigenze del nuovo modello organizzativo.

Inoltre, mentre i processi di informatizzazione delle procedure e tecniche di lavorazione richiedevano un grande sforzo di adattamento con notevole impegno sul piano professionale oltre che umano per i lavoratori coinvolti, non congrui né soddisfacenti sono stati gli interventi di riprogettazione per i conseguenti ed indispensabili adeguamenti strutturali dell’ambiente in generale e del posto di lavoro in particolare.

Ciò è verosimilmente la principale causa del disagio psichico e somatico denunciato da questi operatori sin dai primi anni ‘80 e che la letteratura scientifica internazionale ampiamente descrive.

Poiché tuttavia vi è stata una certa confusione sugli effetti di salute connessi al lavoro con unità video appare in questa sede opportuno puntualizzare quelle che sono, allo stato attuale, le relative certezze acquisite al proposito dalla letteratura internazionale.

Estremamente utile allo scopo risulta un editoriale curato da U. Bergqvist e comparso sul British Journal of Industrial Medicine (n. 46; pag. 217-221, 1989) con il quale si sintetizzava il rapporto di un gruppo di lavoro promosso dall’Oms sull'argomento.

In quell'editoriale, cui si rimanda per i dettagli, vengono evidenziati alcuni principali concetti.

a) Il lavoro con unità video può comportare effetti sulla salute in relazione alla durata dell'esposizione, alle caratteristiche del lavoro svolto, alle caratteristiche dell'hardware e del software, alle caratteristiche del posto di lavoro e dell'ambiente. "L'esposizione" pertanto va valutata con riferimento a tali elementi.

b) Effetti di salute legati al lavoro con unità video sono dimostrabili per quanto concerne i disturbi oculo - visivi (astenopia), i disturbi muscolo scheletrici e, in minore misura, le reazioni da stress e i disturbi cutanei. Sono da escludere associazioni con patologie oculo - visive e gli effetti sulla gravidanza.

La Tabella 1, tradotta dal lavoro citato, riassume i concetti ora espressi.

Su di un altro versante va rilevato che attualmente le apparecchiature informatizzate, pur con "hardware" e "software" molto differenziati tendono ad essere utilizzate praticamente in tutti i settori lavorativi.

Da stime di mercato effettuate nel 1994 emerge che il "parco sistemi" (che include i grandi sistemi, i mini sistemi, le workstation ed i personal computer) installato e funzionante era in Italia di circa 4.500.000 unità, di cui approssimativamente 4.100.000 di personal computer (1).

Se è vero che molti PC prevedono una utilizzazione solo domestica, è anche vero che per quelli usati presso i luoghi di lavoro vi è un rapporto almeno di 2-3 ad 1 tra numero di utilizzatori professionali e numero di personal computer installati.

Un ulteriore dato di stima proviene dalla Gran Bretagna: in quel paese è stato valutato che nel '91 erano 6.750.000 i posti di lavoro attrezzati con unità video "coperti" dalla direttiva CEE 270/90 (secondo le definizioni e il campo di applicazione ivi adottate).

Poiché la Gran Bretagna ha una composizione di popolazione produttiva, sia pure grossolanamente, assimilabile a quella italiana si può utilizzare anche tale dato per dimensionare la diffusione dei posti di lavoro con unità video. Tenendo conto in modo combinato di questi elementi si può ritenere che siano in Italia non meno di 5 milioni (ma forse la stima è per difetto) i posti di lavoro attrezzati con unità video e certamente di più i lavoratori che utilizzano tale apparecchiatura, per tempi più o meno prolungati, quale ausilio allo svolgimento dei compiti professionali.

L’art. 40 del D.Lgs 626/94 definisce esattamente cosa si intenda per dispositivi di protezione individuale (DPI) e precisa le esclusioni.

Si fa osservare che tra le esclusioni vengono indicati gli indumenti da lavoro ordinari e le uniformi; tuttavia, qualora tali indumenti svolgano la funzione di protezione da rischi specifici o generici, dalla legge si evince chiaramente che in tal caso anch’essi sono da considerare DPI.

VALUTAZIONE DEI RISCHI CON RIFERIMENTO AI DPI

Nell’art. 41 viene ribadito che l’impiego del DPI è subordinato alla verifica del fatto che il rischio non può essere in alcun modo evitato o ridotto attraverso l’adozione di altri sistemi di prevenzione e di protezione. E’ quindi chiaro che il datore di lavoro deve essere in grado di poter dimostrare, anche attraverso l’esibizione della specifica documentazione, che la valutazione dei rischi e la conseguente individuazione delle misure preventive (art. 4) ha escluso la fattibilità di altri interventi. Occorre cioè aver completato un primo percorso di valutazione seguito dall’adozione o dalla previsione d’efficacia o dalla verifica d’efficacia di misure tecniche - organizzative - procedurali ed aver rilevato che permangono ulteriori rischi.

Allo scopo, procedendo alla valutazione più generale del rischio, occorrerebbe prevedere quesiti del tipo:

· sono già state adottate tutte le possibili misure tecniche di prevenzione, tutti i mezzi di protezione collettiva, tutte le misure, metodi o procedimenti di riorganizzazione del lavoro per evitare o ridurre il rischio?

· Ciò nonostante permane un rischio residuo?

I DPI sono dunque obbligatori quando il rischio non può essere evitato o ridotto in termini di accettabilità. La locuzione “sufficientemente ridotto”, adottata dal legislatore, risulta tuttavia di non facile interpretazione ed applicabilità.

Sono esclusi da questo problema piombo, amianto e rumore per i quali già esiste una norma specifica (D.Lgs 277/91). Ad esempio per l’amianto, ai sensi degli artt. 24, comma 3 e 27, comma 2, lettera c, del citato decreto, i DPI sono obbligatori solo per livelli di esposizione superiori a 0,1 ff/cm3, superiori cioè al 50% del TLV più restrittivo.

Per gli altri rischi occorre considerare quali possano essere i termini di riferimento per disporre l’utilizzazione dei DPI e cioè se occorra prescriverli o consigliarli in base all’entità del rischio residuo, in relazione all’epidemiologia, alla frequenza dei danni, alla gravità delle lesioni.

Tale operazione è agevolata se si dispone di rilevazioni di igiene industriale (effettuate, ad esempio, sulla base dell’Allegato VIII del D.Lgs 277/91) o di valutazioni di sicurezza con criteri approfonditi e specifici.

Ad esempio in generale, con esclusione di particolari ed acute esposizioni, quando i TLV degli inquinanti chimico-fisici siano validati nella letteratura internazionale, si suggerisce, in via orientativa e in relazione al livello di inquinamento sperimentalmente accertato in particolari fasi lavorative, l’utilizzo dei DPI per le situazioni in cui venga raggiunto il 50% del TLV (per sostanza o miscela).

Quanto detto deve naturalmente riferirsi a quelle particolari fasi lavorative per le quali l'impiego del DPI si renda necessario per tempi limitati (15-20') e non per tempi prolungati per i quali si dovranno ovviamente ricercare diverse soluzioni, sia tecniche che organizzative o procedurali.

Con riferimento ai pericoli derivanti da macchine di nuova progettazione o costruzione si osservi che l’indicazione sulla necessità o meno di avvalersi del DPI è contenuta nel libretto d’uso e manutenzione (con valutazione effettuata dal progettista-costruttore secondo la norma UNI EN 292).

Si tenga inoltre presente che per l’uso dei DPI nella manipolazione e utilizzazione di sostanze o preparati pericolosi, esistono specifiche indicazioni sulle schede di dati di sicurezza compilate ai sensi della legge 256/74 e successive modificazioni.

Per finire, riferimenti sull’opportunità di utilizzare i DPI (e quali tipi) possono essere desunti dall’elenco (indicativo e non esauriente) delle attività riportate nell’Allegato V del D.Lgs 626/94.

L’analisi dei contenuti del Titolo III del D.Lgs 626/94 e la definizione degli aspetti di procedura nell’attività di vigilanza antinfortunistica devono necessariamente tenere conto dell’entrata in vigore del DPR 459/96.

Tale norma, pur essendo stata concepita per scopi economici (creazione di un mercato unico interno alla comunità europea), svolge un ruolo di fondamentale importanza nei riguardi della sicurezza del lavoro, in quanto detta i requisiti di sicurezza e di salute relativi alla progettazione ed alla costruzione delle macchine.

La "marcatura CE" apposta alla macchina fa presumere che siano stati rispettati gli obblighi previsti da detti requisiti da parte del fabbricante.

L’entrata in vigore di questa norma comporta una modifica sostanziale del sistema delle responsabilità dei soggetti obbligati così come era previsto nell’ordinamento nazionale vigente.

La lettura integrata del 626/94 e del DPR 459/96 delinea i campi di responsabilità tra i diversi soggetti e fa emergere un’oggettiva condizione di sequenzialità dei doveri di sicurezza tra gli stessi.

Concretamente, la tutela della sicurezza e della salute conseguenti all’uso delle attrezzature di lavoro (intese come “macchine”) può essere conseguita dall’effetto combinato del DPR 459/96 e del D.Lgs 626/94.

Il DPR 459/96 attiene infatti all’aspetto della sicurezza relativa all’integrazione tra la macchina e l’operatore addetto, che potremo nel seguito definire come sicurezza “intrinseca”; il D.Lgs 626/94 estende la sua influenza al più ampio campo della sicurezza sul luogo di lavoro in relazione alla valutazione dei rischi connessi all’interazione della macchina con altre attrezzature e/o infrastrutture nelle quali è inserita (impianti) e con l’ambiente.

Le modalità operative per l’applicazione del D.Lgs 626/94 in relazione all’emanazione del DPR 459/96 sono approfondite nelle specifiche linee guida approvate dai Presidenti delle Regioni e delle Province Autonome, alle quali si rinvia.

La direttiva 89/654/CEE, dalla quale deriva l'intero Titolo II del D.Lgs 626/94, riguarda le "prescrizioni minime di sicurezza e di salute per i luoghi di lavoro"; ciò ha determinato l'indirizzo seguito nello specificare quali-quantitativamente le caratteristiche che i luoghi di lavoro dovrebbero possedere ovvero la definizione dei requisiti minimi da rispettare nella costruzione o nell'adattamento di luoghi destinati al lavoro.

Lo studio è stato affrontato scomponendo il Titolo II e commentandolo nelle sue parti; non sempre è stato possibile dare risposte precise ai quesiti posti dalla formulazione di talune parti del D.Lgs in quanto non è sembrato utile, in certi casi, semplificare una realtà estremamente complessa che viceversa necessita di una valutazione specifica.

Si é costantemente cercato di fare riferimento, nell'assegnare valori quali-quantitativi, a parametri compresi nel quadro legislativo italiano anche se riferiti a norme che poco hanno a che fare con la prevenzione in senso stretto. Al termine del documento sono riportati i riferimenti legislativi e tecnici citati nel testo.

Infine occorre sottolineare che alle manchevolezze di alcune parti del Decreto è possibile ovviare utilizzando proficuamente quanto a livello locale è stato prodotto con lo strumento dei Regolamenti comunali o regionali di igiene edilizia ai quali si é ripetutamente fatto riferimento.

Per molti anni in Italia si è lamentata la carenza di una precisa ed univoca definizione di "medico competente" così come espressamente citata dall'art. 33 del DPR 303/56.

Era dunque necessario addivenire ad una chiara posizione giuridica in materia di ruolo, requisiti, responsabilità, compiti e funzioni del medico competente.

L'entrata in vigore del D.Lgs 277/91 e del D.Lgs 626/94 e sue successive integrazioni e modificazioni (D.Lgs 242/1996) ha colmato queste lacune fissando i titoli per l’attribuzione della "competenza"; per medico competente deve intendersi un medico in possesso di uno dei seguenti titoli:

1. specializzazione in medicina del lavoro o in medicina preventiva dei lavoratori e psicotecnica, o in tossicologia industriale, o in igiene industriale, o in fisiologia ed igiene del lavoro, o in clinica del lavoro ed altre specializzazioni individuate, ove necessario, con decreto del Ministro della Sanità di concerto con il Ministro dell'Università e della Ricerca Scientifica e Tecnologica;

2. docenza o libera docenza in medicina del lavoro o in medicina preventiva dei lavoratori e psicotecnica, o in tossicologia industriale, o in igiene industriale, o in fisiologia ed igiene del lavoro;

3. autorizzazione di cui all'articolo 55 del D.Lgs 277/91 che prevede una comprovata esperienza professionale di almeno 4 anni.

Il legislatore ha individuato, in questo modo, almeno da un punto di vista formale, un medico di qualificata professionalità, in grado di diventare l’interlocutore o, come definisce la legge, il collaboratore del datore di lavoro e del responsabile del Servizio di prevenzione e protezione aziendale.

Naturalmente la presenza del medico competente nell’azienda (e, di conseguenza, la sua partecipazione alla valutazione dei rischi) è obbligatoria a termini di legge solo nei casi in cui sussista l’obbligo della sorveglianza sanitaria.

A tale proposito viene ribadito nella Circolare del Ministero del lavoro n. 102 del 07/08/1995 che: “con la definizione di tale figura professionale non si è inteso estendere l'area d'intervento del medico competente, generalizzandola a tutti i settori di cui all'articolo 1 del D.Lgs 626/94” (...misure per la tutela della salute e per la sicurezza dei lavoratori durante il lavoro, in tutti i settori di attività privati o pubblici).

L'area di intervento del medico competente è quella definita nell'articolo 16, comma 1, del D.Lgs 626/94 ove si precisa che la sorveglianza sanitaria, effettuata dal medico competente ai sensi del successivo comma 2, è richiesta solo nei casi previsti dalla normativa vigente, cioè quando la legislazione precedente (o anche quella di emanazione) faccia espressa previsione dell'intervento del medico competente, come ad esempio nel caso della tabella allegata all'articolo 33 del DPR 303/56, del D.Lgs 277/91, ovvero dei titoli V, VI, VII e VIII del D.Lgs 626/94.

Le stesse norme contenute nel D.Lgs 626/94 prevedono, inoltre, quale inquadramento debba avere il medico competente aziendale per svolgere la propria opera :

· dipendente da una struttura esterna pubblica o privata convenzionata con l'imprenditore;

· libero professionista;

· dipendente del datore di lavoro.

Qualora il medico competente sia dipendente del datore di lavoro, questi gli fornisce i mezzi e gli assicura le condizioni necessarie per lo svolgimento dei suoi compiti.

Evidentemente il legislatore si è preoccupato di garantire la necessaria autonomia professionale al medico dipendente dal datore di lavoro, non avendo ritenuto necessario fare, se non in richiami successivi e più generici, analoghe precisazioni per i medici a diverso rapporto di lavoro.

Il D.Lgs 626/94, volendo separare l’attività ispettiva da quella di medico competente, fissa un’importante esclusione: “il dipendente di una struttura pubblica non può svolgere l’attività di medico competente qualora esplichi attività di vigilanza.”

Il D.Lgs 626/94 non si limita tuttavia a fissare esclusivamente requisiti professionali, situazioni di incompatibilità o limitazioni contrattuali; al medico competente viene richiesta una prestazione professionale che non si esaurisce semplicemente nell’atto della visita medica ma che deve estendersi, in termini propositivi, sia al campo della prevenzione primaria, sia a quello della prevenzione secondaria.

La professionalità richiesta al medico competente deve garantire ai clienti prestazioni con caratteristiche di qualità e quindi deve basarsi su:

· specifiche conoscenze ed esperienze professionali dei danni e dei rischi correlati nei luoghi di lavoro;

· adeguate conoscenze dei protocolli sanitari da attuare e dei sistemi diagnostici predittivi di alterazioni precoci per esposizioni a tossici industriali;

· capacità informativa e formativa;

· adeguate conoscenze in campo di psicologia del lavoro, organizzazione del lavoro, fatica mentale ed ergonomia;

· adeguate conoscenze delle norme di prevenzione nei luoghi di lavoro.

La prevenzione primaria deve essere attuata mediante approcci multidisciplinari con le altre figure tecniche presenti in azienda; in taluni casi è possibile che sia necessaria la collaborazione di un medico competente per la valutazione del rischio (es. carichi pesanti, agenti biologici), pur non essendo indispensabile l'effettuazione di accertamenti sanitari periodici.

La prevenzione secondaria deve prevedere un forte impegno nella tutela psicofisica del lavoratore, come definito dal D.Lgs 626/94, tenendo conto del lavoro e delle condizioni nelle quali esso si effettua e dell’adattamento fisico e mentale dei lavoratori nello svolgimento delle attività a cui sono preposti.

Questi sono risultati perseguibili dal medico competente aziendale attraverso l’acquisizione di una raffinata esperienza e sensibilità nel rilevare i primi segni biologici e psicologici di esposizione ai rischi in ambiente di lavoro (campo di analisi preclinica) e la capacità di affrontare le nuove situazioni di rischio individuate dall’osservazione scientifica (malattie correlate al lavoro).

Il D.Lgs 626/94 introduce importanti novità nel rapporto tra esperibilità dell’atto medico e salvaguardia dei diritti individuali e sociali; di seguito vengono brevemente analizzate alcune di queste novità:

· indipendenza intellettuale del medico competente aziendale;

· ricerca del consenso dell’atto medico cui il lavoratore è obbligatoriamente sottoposto e gestione dei dati anche in relazione all’emanazione della Legge n. 675 del 31/12/1996 “Tutela delle persone e di altri soggetti rispetto al trattamento dei dati personali”;

· espressione dell’idoneità alla mansione specifica.

Piani emergenza

Scarica software

Il Ministero dell’Interno ha diffuso una lettera circolare con la quale ha fornito gli indirizzi applicativi per risolvere la situazione critica di stabilimenti industriali esistenti che devono presentare l’aggiornamento del rapporto di sicurezza ai sensi dell’art. 8 del Decreto Legislativo 334/1999.
Quest’ultimo detta le disposizioni finalizzate a prevenire gli incidenti rilevanti connesse a determinate sostanze pericolose e a limitarne le conseguenze per l’uomo e l’ambiente.
Si tratta quindi di un tema particolarmente importante alla luce anche degli indirizzi europei che hanno spinto per la predisposizione di piani di emergenza esterni che tengano sotto controllo gli incidenti di questo genere.
Nella circolare viene fatto un puntuale richiamo al necessario coinvolgimento di tutti i soggetti individuati dal decreto e viene richiesta sollecitudine nell’invio dei rapporti di sicurezza per consentire l’aggiornamento triennale del piano di emergenza esterno da parte dei Prefetti.
In caso di complessità dell’attività, si legge nel testo, si raccomanda "il controllo della loro ottemperanza nei tempi stabiliti dal CTR e la verifica del recepimento delle stesse in occasione della presentazione, da parte del gestore, dei rapporti di sicurezza aggiornati”.
Nelle more dell’individuazione delle aree ad alta concentrazione di stabilimenti oppure in casi di complessi industriali multi-societari, occorre la verifica della presentazione, ad opera dei gestori della sicurezza, dietro valutazione del CTR dei singoli rapporti, richiamando la responsabilità di questi nell’aggiornamento corretto delle informazioni ivi riportate, evitando le firme congiunte dei gestori di attività che abbiano cambiato la ragione sociale.
Un riferimento, infine, alle aree industriali presenti in ambiti portuali industriali, petroliferi e commerciali ove, fino all’entrata in vigore del regolamento previsto dal comma 3 dell’art. 4 del D.Lgs. 334/99 deve essere applicato il Decreto Ministeriale 293/2001 che prevede la redazione di un “Rapporto Integrato di Sicurezza portuale” e di un “Piano di emergenza esterno dell’area portuale".

La filosofia prevenzionale comunitaria recepita con il D.Lgs. 626 propone una serie di innovazioni concettualmente significative al nostro modo di operare, come la Valutazione dei Rischi, la partecipazione attiva di tutte le parti per migliorare l’ambiente lavorativo e l’informazione/formazione dei lavoratori.

ILLUMINAZIONE

INTRODUZIONE

I luoghi di lavoro devono essere adeguatamente illuminati. A tal fine è opportuno che siano dotati di:
  • una quantità di luce adeguata per una corretta visibilità nell’ambiente di lavoro e, in particolare, per lo specifico compito visivo da svolgere;
  • una distribuzione ed una collocazione adeguata delle fonti (naturali e/o artificiali) di illuminazione, atte ad evidenziare eventuali situazioni di pericolo (ostacoli, spigoli vari, ecc.) e ad evitare fenomeni di abbagliamento;
  • una qualità dell’illuminazione che consenta di distinguere convenientemente i colori.
La carenza di tali requisiti può produrre conseguenze sulla corretta regolazione dell’apparato visivo, con effetti su:
  • per la nitidezza dell’immagine
    • più l’oggetto da osservare è vicino e di ridotte dimensioni, maggiore è lo sforzo che viene richiesto all’apparato visivo per vedere nitidamente; più l’illuminazione dell’oggetto è debole, più la nitidezza è ridotta ed aumenta lo sforzo di accomodamento;
  • per l’adattamento alla quantità della luce
    • gli oggetti riflettono in modo diverso la luce a seconda del loro colore (chiaro o scuro) e della loro superficie (opaca o brillante); i cambiamenti rapidi di direzione dello sguardo e/o la presenza nel campo visivo di zone a luminosità molto differenziata, impongono all’occhio una complessa attività di regolazione: per questa ragione occorre evitare tanto la visione diretta delle sorgenti luminose di notevole intensità, quanto i loro riflessi fastidiosi (dovuti a schermi, cristalli, vernici brillanti, ecc.); i contrasti sono tuttavia utili: un oggetto sarà più o meno facilmente visibile a seconda del contrasto dello stesso al fondo.

EFFETTI SULLA SALUTE
La necessità di effettuare molteplici regolazioni della vista a causa di sfavorevoli condizioni di illuminazione, in rapporto con le operazioni da compiere, può affaticare sensibilmente l’apparato visivo; detto fenomeno che si manifesta agli inizi con irritazione degli occhi, finisce per determinare veri e propri disturbi.
Inoltre, la postura, eventualmente assunta per compensare insufficienti o inidonee condizioni di illuminazione del posto di lavoro, può provocare disturbi a carico dell’apparato muscolo-scheletrico.

I PRINCIPI DELLA PREVENZIONE
Al fine di prevenire i danni alla salute imputabili all’illuminazione, occorre adottare i correttivi che le norme di legge o di buona tecnica prescrivono in relazione alle possibili causali di rischio (tendaggi, corretto posizionamento della postazione di lavoro rispetto alle fonti di illuminazione, adeguamento della intensità,...).

Quanto, infine, alla intensità ed alle caratteristiche della illuminazione, è opportuno che esse vengano adeguate in relazione alle esigenze connesse al tipo di lavorazione/attività espletata.

Contro l’incidenza diretta o riflessa del flusso luminoso, possono essere adottate schermature, tendaggi, veneziane preferibilmente a lamelle orizzontali.

Effetti positivi possono riscontrarsi, inoltre, prevedendo, ove possibile, il corretto posizionamento delle postazioni di lavoro rispetto alle fonti di illuminazione, di cui dovrà curarsi la costante manutenzione e pulizia, soprattutto per le superfici vetrate o illuminanti.

NORMATIVA
D.Lgs n.626 del 19.9.1994 art.33 (che ha sostituito l’art.10 del DPR 303 del 19.3.1956):
Attuazione di direttive CEE sul miglioramento della sicurezza e della salute dei lavoratori sul luogo di lavoro.
art.33 - [comma 8] Illuminazione naturale ed artificiale dei luoghi di lavoro.

DPR n.547 del 27/4/1955, artt. 28, 29, 30, 31, 32, 175, 225, 304, 307, 308, 332, 341.
Norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro
art 28 - Illuminazione generale

art 29 - Illuminazione particolare

art 30 - Deroghe per esigenze tecniche

art 31 - Illuminazione sussidiaria

art 175 - Dispositivi di segnalazione

art 225 Illuminazione dei segnali

artt da 304 a 308 - Impianti di illuminazione elettrica

art 332 - Illuminazione di luoghi pericolosi

art 341 - Illuminazione sussidiaria nelle cabine elettriche


DPR n.303 del 19.3.1956, art.8

Norme generali per l’igiene del lavoro

art. 8 - Locali sotterranei

Scarica Ps3

PS3 SYSTEM è il compositore rapido per la redazione dei Piani di Sicurezza, ai sensi del D. Lgs. 494/1996 e del D.P.R. 222/2003 per la sicurezza nei cantieri temporanei e mobili, nello specifico:

  • POS Piano Operativo di Sicurezza
  • PSC Piano di Sicurezza e Coordinamento
  • PSS Piano Sostitutivo di Sicurezza

PS3 SYSTEM permette di redigere in pochi minuti un Piano di sicurezza utilizzando schede tecniche (in formato MS Word) in cui è riportata la classificazione dei rischi, le misure di prevenzione da adottare ed i DPI obbligatori, per le fasi lavorative, le attrezzature, le sostanze, le opere provvisionali.

PS3 SYSTEM consente:

  • l’archiviazione di tutti i lavori con i relativi documenti composti
  • di operare in modalità Wizard, per la veloce autocomposizione di un POS/PSC/PSS dall’inserimento dei dati generali del cantiere alla scelta delle schede tecniche
  • di utilizzare un set di schede tecniche (Fasi Lavorative, Attrezzature, Sostanze, Opere Provvisionali) già a corredo del programma, da arricchire e personalizzare
  • l’integrazione con il software FM SYSTEM. Se quindi l’utente è in possesso di questo programma potrà esportare i lavori, completi di tutti i dati riguardanti l’anagrafica del cantiere e le figure responsabili in FM SYSTEM per la redazione dei fascicoli di manutenzione
  • una completa interoperabilità con MS-Word: il template di stampa ed il documento finale possono essere facilmente ed agevolmente personalizzati e adattati in ogni momento alle esigenze dell’utente, che potrà inserire immagini, grafici, tabelle e tutto ciò che riterrà opportuno.

PS3 SYSTEM si avvale della tecnologia XML, in questo modo diventa molto semplice e rapido lavorare e condividere i propri lavori con altri utenti.
Tra le caratteristiche principali del programma, si evidenziano:

  • agevole trasportabilità dei lavori, perché si opera con file di dimensioni ridotte
  • semplicità nell’effettuare il Back-up dei dati
  • facilità di pubblicazione sul web dei propri lavori per la condivisione del Know-how.

Inoltre, grazie a specifiche funzionalità del programma si ha:

  • la possibilità di tenere aperti contemporaneamente più lavori e di effettuare interscambio di informazioni (copia/incolla/taglia dati)
  • una completa e chiara visione del lavoro tramite un menù laterale (Status Navigator) che consente un veloce inserimento dei dati

Per un veloce apprendimento di tutte le funzionalità di PS3 SYSTEM, l’utente avrà a disposizione tutor multimediali ed il manuale d’uso in formato pdf.

626 web

626Web è un’applicazione WEB che insieme al software 626LavoroSystem, permette all’utente di effettuare una valutazione dei rischi per la salute e sicurezza dei lavoratori.
L’utente che utilizzerà 626WEB potrà identificare i luoghi di lavoro (reparti, ambienti, postazioni di lavoro), identificare i pericoli e le fonti potenziali di rischio, collegare le macchine/attrezzature/sostanze/impianti con la possibilità di allegare la scheda tecnica fornita dal fabbricante/fornitore. Tutti i dati così inseriti saranno trasformati in file XML che aperto con il software 626LavoroSystem permetterà la stampa del DVR e del Programma di Miglioramento.
In base alla valutazione dei rischi sarà possibile definire poi le misure di prevenzione e protezione, atte a cautelare i lavoratori, programmare le azioni di prevenzione e protezione con priorità derivanti da:

  • gravità dei danni
  • probabilità di accadimento
  • numero di lavoratori esposti
  • complessità delle misure di intervento (prevenzione, protezione, ecc.) da adottare.
626WEB si pone come una valida alternativa alle applicazioni tradizionali client/server, con indubbi vantaggi:
  • facilità di distribuzione e aggiornamento: la pubblicazione sul server dell’applicativo coincide automaticamente con la sua distribuzione e gli aggiornamenti sono resi disponibili a tutti gli utenti
  • accesso multipiattaforma, in quanto l’accesso a 626WEB è indipendente dall’hardware e dal sistema operativo utilizzato dagli utenti
  • riduzione del costo di gestione, l’uso di internet riduce notevolmente i costi di connettività e di gestione dei client
  • scalabilità, 626WEB può facilmente essere personalizzabile in base alle esigenze dell’utente senza particolari problemi

  • Segnali di pericolo

    In caso di incidente i contrassegni di pericolo, posti di fianco e dietro i mezzi che trasportano sostanze pericolore, sono utili per stabilire il tipo di intervento da effettuare.





  • Segnali di soccorso







  • Segnali antincendio

    logo dei segnali di antincendio


  • Kemler-onu

    Codice internazionale posto sul retro dei mezzi che trasportano merci pericolose.



  • Etichette pericolo

    Le etichette di pericolo, poste su alcuni prodotti, indicano i rischi a cui si è sottoposti nel maneggiarli.



  • Bombole

    La normativa Uni 1089-3 prevede di identificare, tramite il diverso colore dell'ogiva, il rischio principale del gas contenuto.