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Quando si devono eseguire lavori sulle coperture è necessario privilegiare l’adozione di misure di protezione collettiva, come l’installazione di ponteggi lungo tutto il perimetro dell’edificio oggetto dei lavori.
Il personale addetto all’installazione di ponteggi deve ricevere un’adeguata formazione mediante la partecipazione ad un corso teorico-pratico di cui deve essere acquisita attestazione.
Quando, per motivi tecnici-organizzativi, non sia possibile allestire ponteggi dovranno essere installati lungo tutto il perimetro parapetti ancorati alla struttura del fabbricato.
In ordine di priorità le misure di sicurezza che si devono mettere in atto a protezione dei lavori svolti sulle coperture sono le seguenti:
• PONTEGGI METALLICI FISSI
• PARAPETTI DI PROTEZIONE LUNGO TUTTI I LATI VERSO IL VUOTO
• ASSITI DI CHIUSURA DEI LUCERNARI E DELLE APERTURE PRESENTI SULLA COPERTURA
• SOTTOPALCHI DI SICUREZZA E DI SERVIZIO
• RETI DI SICUREZZA
• CAMMINAMENTI SU COPERTURE NON PORTANTI
• UTILIZZO DI DISPOSITIVI DI PROTEZIONE INDIVIDUALE (DPI) CONTRO LE CADUTE
A seconda dei casi devono essere allestite contemporaneamente più soluzioni tra quelle sopra indicate.
Di seguito si propone uno schema che riassume le possibili soluzioni da adottare su coperture non praticabili, siano esse portanti o non portanti.
Tutte le soluzioni richiedono una corretta pianificazione dei lavori accompagnata da una adeguata formazione e addestramento dei lavoratori.

Le cadute dall’alto determinano spesso infortuni gravi con lesioni permanenti e in alcuni casi la morte. Particolarmente pericolose sono tutte le attività svolte su coperture in funzione dell’altezza, della tipologia costruttiva e dell’inclinazione.
In questo opuscolo vengono riportate alcune indicazioni sulle misure di tutela per lavori da eseguire su tetti non praticabili e postazioni di lavoro sopraelevate di fabbricati.
La norma UNI 8088 definisce “copertura non praticabile” la copertura sulla quale l’accesso e il transito di persone è possibile unicamente con la predisposizione di particolari mezzi o misure di sicurezza contro la caduta.
La maggior parte delle coperture, sia esistenti che in costruzione, non è praticabile in quanto l’accesso e il transito su di esse presenta sempre in qualche modo il rischio di caduta
Per lavorare sulle coperture è necessario quindi predisporre misure di sicurezza specifiche quali:
• adeguati sistemi di accesso (ad esempio ponteggi, ponti su ruote, ecc.)
• opere provvisionali (ad esempio ponteggi, camminamenti, reti sicurezza, ecc.)
• Dispositivi di Protezione Individuali (DPI)
È opportuno verificare se sono già stati predisposti sul fabbricato sistemi di accesso e ancoraggio come previsto dalle norme vigenti (vedere fascicolo tecnico del fabbricato redatto ai sensi del Dlgs. 81/08 e s.m.i.).
Prima dell’accesso ad una copertura non praticabile è indispensabile accertarsi che il solaio sia portante e che non presenti rischio di sfondamento a causa del peso delle persone e di eventuali materiali depositati.
• Le COPERTURE PORTANTI sono ad esempio quelle che poggiano su solaio in calcestruzzo, con valore della portata riferita ai carichi verticali concentrati non inferiore a 2.00 kN/m2 (rif. DM 14/9/2005 Norme tecniche per le costruzioni).
• Le COPERTURE NON PORTANTI, in qualsiasi stato di mantenimento, sono, ad esempio, quelle costituite solamente da lastre in fibro cemento (es. Eternit) o da solette in cotto (tavelloni).
Il transito su di esse espone ad elevato rischio di caduta per sfondamento in quanto non possono sostenere né il peso delle persone né quello di eventuali materiali depositati.

“PRESTARE ATTENZIONE” NEL CAMMINARE SULLE TRAVATURE O SULLE STRUTTURE RETICOLARI DI SOSTEGNO DI UNA COPERTURA IN ETERNIT, NON RAPPRESENTA UNA MISURA DI SICUREZZA !!!
Per le coperture sostenute da strutture in legno deve essere accertato, di volta in volta, il buono stato di conservazione del materiale al fine di predisporre le misure antinfortunistiche più adatte.

 

Proviamo ad immaginare cosa succede se spostiamo lo sguardo da una prospettiva neutra ad una di genere: “Il modo in cui il genere viene interpretato “in pratica”,entro un contesto lavorativo specifico,può influenzare le soluzioni che vengono proposte e realizzate per la protezione delle lavoratrici e dei lavoratori.
Mentre i gender bias3 sono costitutivi delle modalità con cui la conoscenza è stata prodotta, (ad esempio nella ricerca medica), nel campo della sicurezza nei luoghi di lavoro è importante incominciare a considerare i corpi diversamente sessuati e promuovere
conoscenza sulle donne così come sugli uomini, tenendo ben presente che il genere è una costruzione sociale e agisce principalmente nel modo in cui le relazioni tra donne e uomini vengono definite”(Gherardi 2009).

La comunicazione deve cambiare radicalmente per far fronte ad un mercato del lavoro in continua evoluzione.
Si pensi alla nascita delle nuove forme di lavoro flessibile
e giovanile, all’aumento della presenza delle donne nella realtà lavorativa e al fenomeno dell’immigrazione che ci costringe a far fronte a nuovi problemi, a nuovi rischi e, quindi, ci impone un’attenzione, una cura, una consapevolezza delle necessità dei soggetti più deboli.
Una comunicazione efficace che tenga conto di questo “mosaico” di differenze,è determinante, non solo per la riduzione degli eventi infortunistici o delle malattie professionali,ma interviene nell’intero sistema organizzativo/aziendale ottimizzando i processi produttivi e innalzando la soglia del valore aggiunto.
Si tratta di un approccio
che richiede un’attenzione particolare alle soggettività e specificità dei lavoratori, ancora da consolidare, ma che traccia un indirizzo chiaro verso il passaggio da un concetto ristretto di sanità, e quindi da un metodo tipicamente circoscritto alla cura, ad un approccio di garanzia e tutela del benessere della Persona.
Nonostante si sta rafforzando la consapevolezza che comunicazione e informazione sono strumenti efficaci per la promozione di una cultura attenta alle differenze, nell’ambito delle imprese e istituzioni sono ancora pochi gli interventi che prendono in considerazione l’ottica di genere.
Una comunicazione istituzionale orientata a valorizzare le differenze è quanto di meglio le istituzioni/aziende possono e devono offrire per rispondere ai bisogni crescenti di informazioni aggiornate, puntuali e su misura, dei lavoratori e dei cittadini, parte attiva di tutto il sistema sociale.
“Comunicare le differenze” significa mettere in atto compiutamente questo processo culturale.
Adottare la comunicazione istituzionale con un approccio al genere significa intervenire concretamente nella promozione delle pari opportunità tra uomini e donne, nel pieno rispetto del principio costituzionale (art. 51 della Costituzione), ovvero significa favorire:
• Il contrasto agli stereotipi di genere;
• La promozione di politiche aziendali nella direzione di una maggiore equità tra uomini e donne;
• La visibilità della presenza femminile nei luoghi decisionali;
• La valorizzazione delle competenze e delle diverse esperienze maturate dalle donne, anche (e non solo) in riferimento alle politiche di Salute e Sicurezza;
• Maggiore accessibilità di diritti e opportunità ai lavoratori e alle lavoratrici;
• Il principio della parità in ogni momento della vita economica e sociale e quindi,la diffusione di modelli ispirati al principio di equità nella società e nel lavoro;
• La promozione di modelli di donne e uomini in linea con l’evoluzione dei ruoli nel mercato del lavoro e nella società;
• La promozione della partecipazione maschile ai ruoli di cura, storicamente attribuiti alla donna;
• La promozione di una corretta rappresentazione delle donne nella comunicazione sulla Salute e Sicurezza nei luoghi di lavoro.

Alla base di ogni analisi organizzativa sta l’identificazione degli ambiti di indagine, spesso riferiti a concetti complessi e quindi di difficile rilevazione diretta.
Si pensi a concetti generali come “qualità del lavoro”,“sviluppo delle competenze”, “benessere organizzativo”
“efficacia dei processi formativi”. La loro complessità
e multidimensionalità, rende necessario fare ricorso a proprietà specifiche la cui rilevazione sia effettivamente praticabile, cioè a caratteristiche dell’unità di analisi, sia quantitative che qualitative.
Gestire la qualità del lavoro, ovvero la salute di una azienda, significa gestire i processi, essere capaci di individuare ed utilizzare strumenti adeguati e funzionali, produrre analisi che consentano di prevedere gli effetti di quei processi strategici per l’azienda. Significa aumentare continuamente l’efficacia aziendale/organizzativa, attraverso scelte efficienti.
Il modello di self-auditing aziendale/organizzativa qui proposto, sostiene un approccio di genere alla salute e sicurezza come un modo per migliorare la prevenzione sia per le donne che gli uomini e far sì che tutti siano uniformemente protetti.
Le tre dimensioni individuate rappresentano la modalità più idonea di affrontare la Salute aziendale/organizzativa: efficacia, appropriatezza ed equità, sono, quindi, gli assiomi della salute aziendale, definibili attraverso dati oggettivi: numeri, statistiche,
evidenze delle azioni intraprese e relative conseguenze, risultati quantificabili e confrontabili.
Dalla scelta di tali dimensioni si è avviata la procedura di indicizzazione del concetto “salute aziendale”, al fine di offrire uno strumento di:
1. auto posizionamento rispetto alla capacità, propria delle Aziende in Salute,di crescere producendo innovazione. Misurare il grado di aderenza alle tre dimensioni EFFICACIA, APPROPRIATEZZA E EQUITA’ DI GENERE, permette alle aziende/organizzazioni di auto-valutarsi attraverso un modello validato e condiviso sia a livello scientifico che istituzionale, in una prospettiva internazionale.
2. Riconoscibilità all’esterno e da parte delle istituzioni che vogliano orientare gli strumenti e le risorse di sostegno alle aziende, a partire dagli incentivi, secondo finalità specifiche e definite, dove il self-auditing (l’auto-valutazione) mira a evidenziare il corretto andamento dell’attuazione dei comportamenti virtuosi e di eccellenza.
Le aziende/organizzazioni che decideranno di utilizzare in auto-somministrazione gli strumenti finalizzati al self-auditing potranno verificare, prima di tutto, se vengono soddisfatti i requisiti minimi di adeguatezza all’approccio di Salute e Sicurezza sensibile al genere.
Tali requisiti minimi riguardano l’assenza di condizioni che possano produrre effetti (pur anche non previsti) di discriminazione e di mancanza di equità su base di genere.
Quelle organizzazioni che avranno soddisfatto tali requisiti minimi, potranno ottenere un posizionamento che è rappresentato da tre diversi livelli: buona, virtuosa,eccellente.

Partendo da uno studio del 2003 a cura del gruppo di lavoro della European Agency for Safety and Health at Work, volto ad indagare il numero e la tipologia delle pubblicazioni scientifiche prodotte a livello internazionale in tema di salute sul lavoro e genere, si è deciso di implementare lo strumento di ricerca allora costruito.
Cerchiamo di capire brevemente il perché della scelta e di cosa si tratta.
La ricerca
svolta dalla European Agency (Ispesl, 2004), ha voluto indagare l’attenzione dedicata ai problemi di salute sul lavoro e alle donne. L’obiettivo di indagine era quello di avvalorare alcune affermazioni, quali la necessità di regolamentare e inserire le problematiche riferite al genere nel monitoraggio in materia di salute e sicurezza sul lavoro, nonché di adottare approcci di tipo interdisciplinare per la ricerca di genere.
Il
gruppo di lavoro ha perciò avviato una raccolta ed analisi delle pubblicazioni scientifiche prodotte negli anni 1999-2002, attraverso il database scientifico, di pubblico accesso, Medline (Pubmed). La ricerca è stata impostata partendo dalla definizione
di più parole chiave in grado di indagare la presenza o assenza di attenzione verso donne e uomini rispetto ai problemi di salute legati al lavoro. Infatti, anche se la domanda posta si riferisce unicamente alle donne, per poter misurare il livello di attenzione è necessario indagare entrambi i sessi, al fine di usufruire di una base forte sulla quale costruire delle comparazioni e misurazioni.
Il lavoro di indagine e ricerca realizzato è stato quello di approfondire ed ampliare il campo di ricerca del 2003, mantenendo fissi alcuni punti chiave già individuati ed adottati.
Il quesito di partenza si è quindi modificato, al fine di rapportarsi alle innovazioni
introdotte in questi anni a livello internazionale, inserendo nel campo di indagine categorie concettuali nuove, in uso ed in crescita costante:
• medicina di genere;
• differenze di genere;
• salute di genere.

Nello specifico, per quanto attiene la prima parte, ovvero la classificazione degli eventi infortunistici, l’analisi dei dati ha preso in considerazione tutte le gestioni INAIL: industria, agricoltura, conto stato e studenti.
Come sarà possibile vedere in dettaglio, le analisi evidenziano una pur leggera crescita degli infortuni delle donne, contro una decrescita di quelli occorsi agli uomini.
Questo perché l’occupazione femminile è aumentata, anche se di poco? Pare non essere una ragione sufficiente. Infatti, mettendo a raffronto i dati dell’occupazione maschile e femminile con l’andamento degli infortuni nel triennio, vediamo come il gap occupazionale U/D sia diminuito nel triennio di 1,3%, mentre la distanza relativa,tra gli infortuni occorsi a donne rispetto a quelli occorsi agli uomini, sia diminuita nel triennio del 3,8% (quindi è diminuita la distanza tra gli infortuni degli uomini e quelli delle donne).
Osservando nello specifico gli infortuni che interessano le donne, si riscontra
un aumento lungo il triennio di 393 casi, pari allo 0,6 per cento.
Il dato complessivo (considerato il totale degli infortuni), è rappresentato nel triennio
da un rapporto di circa 2 (infortuni maschili):1 (infortunio femminile), con percentuali sul totale degli infortuni di 30,6% (di donne) 69,4% (di uomini).
Se analizziamo le percentuali di infortuni femminili su donne occupate e di infortuni maschili su uomini occupati, il tasso medio (U+D) è di 4,96% mentre il gap medio U/D, ovvero di donne che si infortunano meno degli uomini, è solo del 2,41%, con una forbice che va da 3,58% a 1,46% nelle diverse province.
Per quanto riguarda i comparti economici, si riscontra una percentuale più che proporzionale di infortuni per le femmine: nei servizi e nella sanità, nel commercio, nel tessile e alimentare per quanto riguarda l’industria; in agricoltura i rapporti sono un po’ inferiori a quelli medi sul totale infortuni (23% circa del totale infortunati in agricoltura sono donne).
Per quanto riguarda gli infortuni maschili si vede confermata la frequenza più alta in tutti i settori per (i valori assoluti), come ovvio in riferimento ai dati dell’occupazione.
La sanità e alcune tipologie di servizi vedono una maggioranza assoluta di infortuni tra le donne, mentre negli altri comparti si rileva un numero di infortuni occorsi ai maschi più che proporzionale rispetto alle percentuali U/D sugli infortuni totali.

Per ogni euro investito nella prevenzione,ogni anno e per ciascun dipendente, le imprese possono puntare su un ritorno economico potenziale di 2,2 euro.
Gli investimenti nel settore della sicurezza e della salute procurano, dunque, vantaggi diretti:
lo documentano le conclusioni di uno studio internazionale avviato nel 2010,e recentemente pubblicato, dall’International Social Security Association(Issa), dalla tedesca Dguv e dalla cassa d’assicurazione Bg Etem.
Il tema del lavoro è proprio incentrato sul “Calcolo delle prestazioni di prevenzione a livello internazionale per le imprese:
costi e benefici degli investimenti in sicurezza e della salute”.
Il risultato della ricerca conferma che le imprese sono economicamente interessate a investire nella prevenzione.
Gli autori dello studio hanno messo a punto un indicatore di performance, il Rop (rendimento della prevenzione), per misurare gli effetti microeconomici degli investimenti considerati e poter elaborare un’analisi dei costi rapportati ai benefici.
Il totale degli investimenti annui per la prevenzione, per ciascun lavoratore è stato definito in 1.334 euro;
i benefici – secondo le conclusioni dello studio Issa – ammontano a 2.940 euro: un rapporto di 1 a 2,2.
Nel dettaglio, la voce più cospicua dal lato dei costi è quella relativa all’organizzazione (293 euro pro capite all’anno),seguita dalle consulenze sulle tecnologie della sicurezza e il sostegno medico fornito dall’impresa (278 euro),e da altri “costi di investimento” (274euro) che si sommano ai “costi iniziali” (123 euro).
Ma è stato anche calcolato che il vantaggio economico dell’investimento relativo a queste ultime due voci è pari a un valore aggiunto di 632 euro, risultante dal miglioramento dell’immagine dell’impresa.
Così come davanti ai costi organizzativi si affaccia un valore aggiunto di 254 euro derivante dalle innovazioni di prodotto e dalla seconda voce di spesa derivano economie risultanti dalla prevenzione e una riduzione delle perdite di tempo pari a milione di lavoratori, con un minimo di 10 e un massimo di 40 imprese.
Il totale del campione ha visto in campo 300 compagnie di 15 Paesi: Australia, Austria,Azerbaidjan, Canada,Repubblica Ceca, Germania, Hong Kong, Romania,Federazione Russa, Singapore, Svezia,Svizzera, Turchia, Stati Uniti d’America, Viet Nam.
L’equipe del progetto era formata da esponenti degli istituti committenti, compreso il segretario generale dell’Issa, Hans-Horst Konkolewsky.
Ai partecipanti al sondaggio è stata chiesta una valutazione dell’impatto della sicurezza e della salute nei luoghi di lavoro in otto distinti rami d’attività.
Non è sorprendente, secondo gli autori dello studio, che coloro che hanno risposto hanno stimato che la sicurezza abbia un impatto mediamente positivo.
Più significativo è lo scarto tra le valutazioni per singoli comparti:
la prevenzione è giudicata particolarmente positiva nei rami d’attività in cui la preoccupazione sui rischi è tradizionalmente presente:
nella produzione,nei trasporti, nell’attività di magazzino.
Meno marcato l’impatto nel marketing o nelle attività di ricerca e sviluppo.
Gli effetti diretti della prevenzione sono, naturalmente, più visibili e pronunciati in termini di riduzione e consapevolezza stessa dei rischi, nonché di diminuzione dei comportamenti pericolosi e degli incidenti.
Gli effetti indiretti, invece, come emerge dalle risposte al sondaggio, sono attinenti principalmente al miglioramento dell’immagine della società e al rafforzamento della cultura d’impresa.
La metà delle aziende coinvolte stima che un aumento degli investimenti in materia di sicurezza e di salute nei luoghi di lavoro farebbe diminuire i costi sul lungo termine.
Dal sondaggio emergono, inoltre, le principali tipologie di vantaggio derivanti dalle iniziative per la prevenzione dei rischi e la sicurezza.
Le imprese hanno considerato che l’effetto è notevole per quel che concerne il miglioramento della motivazione e la soddisfazione dei dipendenti (21%),nonché il miglioramento dell’immagine dell’impresa stessa (21%). Alta anche la percentuale (19%) di chi segnala la prevenzione delle perturbazioni nel ciclo produttivo.
Altre considerazioni degli autori dello studio riguardano la tipologia delle aziende e la loro localizzazione.
Le compagnie asiatiche tendono a stimare in modo più importante l’impatto e gli effetti della sicurezza e della salute nei luoghi di lavoro rispetto alle società europee e nordamericane.
Questa constatazione vale egualmente per il loro apprezzamento sulle pratiche relative alla sicurezza.
In secondo luogo, le grandi imprese sono generalmente più convinte rispetto alle piccole dell’impatto e degli effetti della sicurezza e della salute sul lavoro e sull’impresa stessa.
Esiste poi una correlazione positiva tra la valutazione degli effetti della sicurezza per lavoratori e azienda, da una parte, e l’efficienza in materia di mercato del lavoro, dall’altra.
Infine, nelle compagnie dell’Asia si riscontra la tendenza a dichiarare che investimenti aggiuntivi in materia di sicurezza e salute fanno aumentare oppure fanno diminuire i costi d’impresa,mentre quelle europee e nordamericane stimano che i costi restino costanti, oppure diminuiscano.
La sicurezza e la salute nei luoghi di lavoro sono diritti sanciti anche sotto il profilo legale: è un dovere per gli imprenditori assicurarli ai lavoratori,ma essi costituiscono certamente anche fattori di riuscita e competitività per le stesse imprese.
“Tenuto conto dei risultati di questo studio – si legge nelle conclusioni del report – e dell’attenzione crescente nel mondo sui temi della sicurezza e della salute nei luoghi di lavoro, questo messaggio merita di essere diffuso nel modo più largo a livello internazionale”.

Il comitato per l’indirizzo e la valutazione delle politiche attive e per il coordinamento nazionale dell’attività di vigilanza (articolo 5 del Decreto legislativo n. 81/2008), sede in cui si discute tra Amministrazioni centrali e Regioni degli indirizzi nazionali per le politiche di prevenzione e di vigilanza.
Tale organismo, costituito presso il ministero della Salute, ha sin qui trattato di temi di ampio respiro e particolare importanza, quali, ad esempio, la campagna nazionale per la prevenzione degli infortuni nel settore delle costruzioni e in quello dell’agricoltura o, ancora, la definizione di indirizzi comuni – tra Stato e Regioni  per lo svolgimento delle rispettive attività di vigilanza per l’anno in corso.
- La Commissione consultiva permanente per la salute e sicurezza sul lavoro (articolo 6 del “testo unico”), organo a composizione tripartita che include rappresentanti dei Ministeri, delle Regioni e delle organizzazioni dei datori di lavori e dei lavoratori, che, dal 2009 a oggi, ha già effettuato 31 riunioni provvedendo a discutere di argomenti di grande rilevanza (si pensi, per tutti, alle malattie professionali) e ad elaborare e diffondere documenti di indirizzo per gli operatori e per i lavoratori, quali, ad esempio le indicazioni per la valutazione dello stress da lavoro correlato e le procedure operative per la corretta gestione della fornitura di calcestruzzo nei cantieri edili.
- Il Comitato consultivo per l’aggiornamento dei valori limite dell’esposizione professionale e dei valori limite biologici relativi agli agenti chimici (articolo 232, comma 1, del Decreto legislativo n. 81/2008), organismo che opera presso il ministero del Lavoro e che si è, in ultimo,occupato del recepimento dei rinnovati valori di esposizione di cui alla direttiva n. 2009/161/UE.
- I comitati regionali di coordinamento (articolo 7 del Decreto legislativo n. 81/2008), ormai presenti in ogni Regione: sono sedi nelle quali le partecipazione delle parti sociali,discutono delle rispettive attività e le pianificano tenendo conto degli indirizzi provenienti dalla “cabina di Regia” nazionale di cui all’articolo 5 del “testo unico” e dei documenti della Commissione consultiva permanente.
Il quadro di governance della salute e sicurezza delineato dal “testo unico” – il quale sarà presto potenziato dalla possibilità, per tutte le Amministrazioni competenti in materia, di avvalersi del “flusso” di dati (relativi agli infortuni, alle malattie professionali, alle sanzioni irrogate e a quant’altro rilevi a fini di tutela della salute e sicurezza dei lavoratori) del Sistema Informativo Nazionale per la Prevenzione (SINP) – consente ora di individuare, attraverso il costante confronto tra Amministrazioni dello Stato e Regioni e il coinvolgimento delle parti sociali, una vera e propria linea strategica per il contrasto agli infortuni e alle malattie professionali che sia condivisa a livello nazionale e disseminata, anche ai fini della sua verifica di efficacia per mezzo di idonee attività di monitoraggio, a livello territoriale.
Si rafforza,in tal modo la coerenza delle attività in materia di prevenzione e si rende possibile che esse vengano considerate in un contesto unitario e moderno,di matrice europea e diretto a perseguire allo stesso tempo l’efficacia e l’economicità delle attività di tutela della salute e sicurezza dei lavoratori.
Il rafforzamento della strategia nazionale permetterà di rendere omogenee e meglio finalizzate le stesse attività delle Amministrazioni, mentre le parti sociali e le aziende potranno avvalersi di strumenti – elaborati nei diversi organismi e nelle sedi di riferimento – snelli ed operativi (si pensi alle linee guida e alle buone prassi che sempre più frequentemente vengono alla luce) e, soprattutto, liberamente disponibili, innanzitutto per via telematica.
A tale riguardo, si segnala, ad esempio, che l’intera produzione della Commissione consultiva permanente per la salute e sicurezza sul lavoro è disponibile sul sito www.lavoro.gov.it, alla sezione “sicurezza nel lavoro” e che tutti gli strumenti che verranno elaborati nelle sedi istituzionali sopra menzionate (quali, solo per citare i documenti di imminente uscita, le “buone prassi” per i lavori negli ambienti sospetti di inquinamento e le “linee guida” per i settori della musica, delle attività ricreative e dei call center) saranno resi accessibili liberamente e senza limiti on line.


L’IMPIANTO DI TERRA

Nel sistema di protezione contro i contatti indiretti la funzione dell’impianto di terra è quella di convogliare verso terra la corrente di guasto, provocando l’intervento delle protezioni ed evitando così il permanere di tensioni pericolose sulle masse.

Il principio base di un impianto di terra è quello della equipotenzialità.

L’impianto di terra ha la funzione di rendere quanto più possibile equipotenziale l’ambiente, riducendo al massimo le differenze di potenziale fra masse, masse estranee e terreno.

Gli impianti di terra sono soggetti a prescrizioni di legge (DPR 547/55) e alla normativa tecnica (CEI 64-8 e 64-12).


Metodi senza interruzione dell’alimentazione

Doppio isolamento

Bassissima tensione di sicurezza o protezione (SELV - PELV)

Separazione dei circuiti

Locali isolanti

Collegamento equipotenziale locale

PROTEZIONI PARZIALI

Pubblicato da infotel81 | 12:18

Ostacoli.
Devono impedire, oltre all’avvicinamento non intenzionale a parti attive, anche il contatto casuale con esse durante i lavori sotto tensione o di manutenzione.
Nei luoghi accessibili al personale addestrato devono essere rispettate distanze minime per i passaggi tra ostacoli, organi di comando e pareti (tali distanze sono riportate nella norma 64-8 /4).

Distanziamenti

La norma CEI 64.8 prescrive che il “distanziamento” delle “parti simultaneamente accessibili” deve essere tale che esse non risultino a “portata di mano”. Per parti “simultaneamente accessibili” si intendono quelle parti che possono essere toccate simultaneamente da una persona.

Si ritengono simultaneamente accessibili quelle parti che distano fra loro non più di 2,5 m. in verticale e di 2 m. in orizzontale

- Isolamento delle parti attive.
Le parti che sono normalmente in tensione devono essere ricoperte completamente da un isolamento non rimovibile, se non per distruzione dello stesso. L’isolamento deve resistere agli sforzi meccanici, elettrici e termici che possono manifestarsi durante il funzionamento.

- Protezione con involucri e barriere
Vi sono parti attive che, per la funzione da svolgere, devono essere accessibili e dunque non possono essere isolati in modo completo (ad es. i morsetti).

In tal caso la protezione può essere effettuata mediante involucri e barriere. Per “involucro” si intende un “elemento costruttivo tale da impedire il contatto diretto in ogni direzione”; la “barriera” è un “elemento costruttivo tale da impedire il contatto diretto nella direzione abituale di accesso.”

PROTEZIONE CONTRO I CONTATTI DIRETTI
Generalmente la protezione contro i contatti diretti viene realizzata con tecniche di “protezione passiva”, cioè senza interruzione automatica del circuito segregando le parti elettricamente attive in modo da renderle inaccessibili e quindi impedendone il contatto. Le misure di protezione, indicate nella parte 4 della norma CEI 64-8, possono essere di due tipi:

-protezione totale, destinata ad impianti accessibili a tutti;
-protezione parziale, destinata ad impianti accessibili solo a personale addestrato, le cui conoscenze tecniche e l’esperienza sono tali da costituire di per se una protezione contro i pericoli dell’elettricità.


CONTATTO DIRETTO: con parti attive.
PARTE ATTIVA: parte conduttrice di un impianto elettrico normalmente in tensione durante il funzionamento.
CONTATTO INDIRETTO: con una massa o con una parte conduttrice connessa ad una massa durante un cedimento dell’isolamento.
ISOLAMENTO FUNZIONALE: ha lo scopo di far funzionare l’apparecchio o l’impianto.
ISOLAMENTO PRINCIPALE: realizzato per proteggere dalla folgorazione.
ISOLAMENTO SUPPLEMENTARE: si aggiunge all’isolamento principale per garantire la protezione dai contatti elettrici anche in caso di cedimento dell’isolamento principale.
MASSA:
parte conduttrice di un impianto elettrico
può essere toccata non è in tensione nel funzionamento normale
ma può andare in tensione per cedimento dell’isolamento principale.
Non è una massa una parte conduttrice generica che può andare in tensione solo perché in contatto con una massa.  
MASSA ESTRANEA: parte conduttrice, non facente parte dell’impianto elettrico, in grado di introdurre un potenziale, generalmente quello di terra .

Cosa fare in caso di ... FOLGORAZIONE
  1. Staccare immediatamente la corrente agendo sull'interruttore centrale e non toccare assolutamente l'infortunato, prima di questa manovra: in caso contrario, anche il corpo del soccorritore si trasforma in un mezzo di conduzione per l'elettricità, innescando un meccanismo a catena per cui anziché soccorritore si diventa vittima.
  2. Se l'interruttore è molto lontano e se il suo spegnimento implica una forte perdita di tempo, staccare la spina e allontanare l'infortunato dalla fonte elettrica usando un bastone, una sedia o il manico di una scopa. L'importante è che il mezzo prescelto sia di legno, materiale che non fa da conduttore e che consente al soccorritore di rimanere isolato e quindi di non subire danni.
  3. Valutare lo stato di coscienza dell'infortunato, chiamandolo ad alta voce e scuotendolo leggermente. Se questo è cosciente va portato al Pronto Soccorso per valutare gli eventuali danni cardiaci e per trattare l'ustione: questa non va infatti assolutamente affrontata a livello casalingo.
  4. Se l'infortunato è incosciente, occorre chiamare il 118 definendo chiaramente la serietà della situazione: nelle città più grosse, viene inviata un'ambulanza dotata di tutti gli strumenti necessari.

Il corpo umano è un conduttore di elettricità, che presenta una resistenza elettrica variabile da persona a persona e dalle condizioni ambientali .
Se il corpo umano viene attraversato da corrente elettrica si possono verificare i seguenti fenomeni:
- tetanizzazione
- arresto della respirazione
- fibrillazione ventricolare   
Altri effetti derivanti dalla elettrocuzione sono quelli di tipo termico, come bruciature ed ustioni (generalmente profonde) che vanno spesso a sommarsi agli effetti precedenti.
-Tetanizzazione, consiste nella contrazione dei muscoli del corpo  che spesso non permette il rilascio delle parti in tensione con cui si è venuto a contatto. Il mancato rilascio inoltre consente alla corrente elettrica di continuare ad attraversare il corpo umano. Il valore minimo della corrente per cui accade la tetanizzazione e il mancato rilascio delle parti in tensione è detta “ corrente di rilascio”;
-Arresto della respirazione, consistente nella tetanizzazione dei muscoli respiratori. Il perdurare di tale tetanizzazione può condurre alla morte per asfissia;
-Fibrillazione ventricolare, dovuta alla interferenza della corrente elettrica con la normale attività elettrica del cuore che da luogo ad una contrazione irregolare dei ventricoli che  conduce nella maggior parte dei casi all’arresto cardiaco. Infatti la fibrillazione ventricolare è considerato un fenomeno quasi irrevesibile, poichè quando si innesca il cuore non ritorna a funzionare spontaneamente, salvo con l’applicazione di un defibrillatore di difficile reperibilità in tempo utile (generalmente 10 – 15 minuti). 
-La dinamica dell’elettrocuzione dipende da molti fattori, quali la resistenza elettrica del corpo, le condizioni della pelle, la durata del contatto, la superficie interessata al contatto. 
-La pericolosità della corrente oltre che dalla sua intensità (che a parità di tensione dipende dalla resistenza del corpo umano), dipende anche dalla durata del contatto, cioè dall’intervallo di tempo in cui la corrente agisce sul corpo umano.
I contatti possono essere di due tipi:

contatti diretti, con parti normalmente in tensione (quali morsetti, prese, conduttori scoperti etc);

contatti indiretti, con parti che non sono normalmente in tensione (masse metalliche, involucri carcasse etc) ma che per effetto di anomalie quali cedute di isolamento, guasti …, si trovano ad essere in tensione.

Le protezioni dell’impianto, anche se a norma, possono non intervenire


 



Hanno cause, dinamiche e conseguenze simili a quelle dei guasti negli impianti.

Le protezioni degli impianti intervengono solo occasionalmente.


Arco: Passaggio di corrente attraverso canali di particelle ionizzate (scarica) per effetti termici o per effetto della tensione
Rigidità dielettrica: massimo valore di campo elettrico sopportabile dall’isolante prima di originare la scarico

L’isolamento deve esser correttamente dimensionato per la tensione nominale e le condizioni di installazione.
Cause dell’arco: sovratensioni, riduzione delle distanze, riduzione delle proprietà isolanti.








Dispersioni e correnti di guasto a terra
Cause
 Guasti o riduzioni dell’isolamento (es. umidità, inquinamento superficiale)

Dinamica
 Surriscaldamenti localizzati
 Corrente insufficiente all’intervento delle protezioni

Conseguenze
 Effetti termici

Cattivi contatti

Cause
 Connessioni difettose o allentate

Dinamica
 Surriscaldamenti localizzati
 Corrente insufficiente all’intervento delle protezioni

Conseguenze
 Effetti termici


Dal punto di vista infortunistico, e dunque delle conseguenze derivanti da incidenti di natura elettrica, le principali tipologie possono essere ricondotte a:

-incendio, dovuto alla contemporanea presenza di materiale infiammabile e fenomeni elettrici (archi, scintille, punti caldi superficiali) atti ad innescare l’incendio;
- esplosione, dovuta alla contemporanea coesistenza di atmosfera pericolosa (presenza di sostanza miscela gas, vapore o polvere potenzialmente esplosivi) e fenomeni elettrici (archi, scintille, punti caldi superficiali) atti ad innescare l’esplosione.
- elettrocuzione, dovuta al passaggio di corrente nel corpo umano, per contatto diretto o indiretto.

Incendi di origine elettrica:

-Sovracorrenti nei cavi

-Dispersioni e correnti di guasto verso terra

-Cattivi contatti

-Guasti nelle apparecchiature

-Archi elettrici

Le sovracorrenti negli impianti
Sovraccarichi
Circuiti sani

Cause
Errato dimensionamento dei cavi
Condizioni di funzionamento diverse da quelle di progetto

Conseguenze
Effetti termici
Corto circuiti
Contatto tra due parti a tensione differente: guasto

Cause
Rotture meccaniche, invecchiamento dell’isolante,
interposizione di solidi o liquidi …

Conseguenze
Effetti termici
Effetti elettrodinamici

L’ultima fase della valutazione deve prevedere il programma delle misure antincendio, e in particolare:
- “delle misure necessarie per l’eliminazione, ovvero la riduzione, dei rischi, con i relativi tempi di attuazione, al fine di ottenere - nel tempo - il miglioramento del livello di sicurezza antincendio nei luoghi di lavoro;
- di attuazione delle misure di sicurezza antincendio adottate, unitamente ai tempi di esecuzione;
- di verifica dell’efficienza delle misure adottate;
- del riesame periodico della valutazione del rischio d’incendio, tenendo conto dei risultati della verifica delle misure poste in essere;
- del riesame della valutazione del rischio d’incendio, in occasione di modifiche ‘sensibili’ dei luoghi di lavoro”.

Un'altra fase è dedicata all’individuazione delle misure di prevenzione e protezione, in funzione dei rischi già accertati e al fine di migliorare le condizioni di sicurezza. Riportiamo alcuni esempi:
- “eliminare o ridurre le probabilità che possa insorgere un incendio;
- organizzare un efficiente sistema di vie ed uscite di emergenza”;
- “allestire idonee misure atte a garantire una rapida segnalazione d’incendio a tutte le persone presenti nei luoghi di lavoro;
- installare: 
1) dispositivi di estinzione incendi ( estintori portatili, carrellati ed idranti), in numero e capacità appropriata; 
2) efficienti impianti di spegnimento automatico e/o manuale d’incendio in tutte le aree o locali a rischio specifico d’incendio (come ad esempio locali adibiti ad archivi, a magazzini, a depositi contenenti sensibili quantitativi di materiali combustibili;
- assicurare che: 
1) tutti i mezzi, le attrezzature ed i dispositivi di lotta agli incendi, siano mantenuti nel tempo in perfetto stato di funzionamento; 
2) tutte le vie e le uscite di emergenza, siano regolarmente controllate al fine di essere costantemente e perfettamente fruibili in caso di necessità; 
3) tutti i dispositivi di rivelazione e di allarme incendio, siano oggetto di costante controllo e di prove periodiche di funzionamento affinché mantengano nel tempo adeguata efficienza;
- garantire ai lavoratori una completa formazione ed informazione: 
1) sul rischio d’incendio legato all’attività ed alle specifiche mansioni svolte; 
2) sulle misure di prevenzione adottate nei luoghi di lavoro; 
3) sull’ubicazione delle vie d’uscita; 
4) sulle procedure da adottare in caso d’incendio; 
5) sulle modalità di chiamata deghi Enti preposti alla gestione delle emergenze; 
6) sulle esercitazioni periodiche di evacuazione dai luoghi di lavoro ecc”.

Ricordiamo che l’allegato IV del D.Lgs 81/2008, dedicato ai requisiti dei luoghi di lavoro, contiene informazioni sulle caratteristiche delle vie e uscite di emergenza (1.5) e sulle misure contro l’incendio e l’esplosione (da 4.1 a 4.11).

In base alla valutazione dei rischi è possibile poi classificare il livello del rischio d’incendio di un determinato luogo di lavoro (ovvero parte di esso), in una delle seguenti categorie:
- basso: “si intendono a rischio di incendio basso i luoghi di lavoro, o parte di essi, in cui sono presenti sostanze a basso tasso di infiammabilità e le condizioni locali e di esercizio offrono scarse possibilità di sviluppo di principio di incendio ed in cui, in caso di incendio, la probabilità di propagazione dello stesso è da ritenersi limitata”. Si considerano a rischio d’incendio basso anche quei luoghi non classificabili a rischio medio o elevato, dove, in genere, risultano presenti materiali infiammabili in quantità limitata o sostanze scarsamente infiammabili e dove le condizioni di esercizio offrono limitate possibilità di sviluppo di un incendio e di una eventuale propagazione”;
- medio: “si intendono a rischio di incendio medio i luoghi di lavoro, o parte di essi, in cui sono presenti sostanze infiammabili e/o condizioni locali e/o di esercizio che possono favorire lo sviluppo di incendi, ma nei quali, in caso di incendio, la probabilità di propagazione dello stesso è da ritenersi limitata”;
- elevato: “si intendono a rischio di incendio elevato i luoghi di lavoro, o parte di essi, in cui per presenza di sostanze altamente infiammabili e/o condizioni locali e/o di esercizio sussistono notevoli probabilità di sviluppo di incendi e nella fase iniziale sussistono forti probabilità di propagazione delle fiamme, ovvero non è possibile la classificazione come luogo a rischio di incendio basso o medio”. Si considerano a rischio d’incendio elevato anche i “luoghi in cui sono utilizzati prodotti infiammabili ovvero ove risultano depositate o manipolate sostanze e materiali altamente infiammabili in grandi quantità”. Nel manuale Ispesl sono contenuti diversi esempi di luoghi di lavoro a rischio d’incendio medio o elevato.

Nella valutazione è necessario determinare i fattori di pericolo d’incendio.
Fattori che possono essere suddivisi secondo tre principali tipologie:
 
- materiali e sostanze combustibili o infiammabili: ad esempio grandi quantitativi di materiali cartacei, materie plastiche e derivati dalla lavorazione del petroli, liquidi e vapori infiammabili, gas infiammabili, polveri infiammabili, sostanze esplodenti, prodotti chimici infiammabili in combinazione con altre sostanze che possono essere presenti, …;
 
- sorgenti di innesco: ad esempio fiamme libere, scintille, archi elettrici, superfici a temperatura elevata, cariche elettrostatiche, campi elettromagnetici, macchine, impianti ed attrezzature obsolete o difformi dalle norme di buona tecnica, …;
 
- fattori trasversali: ad esempio territorio ad alta sismicità, vicinanza con altre attività ad alto rischio d’incendio, metodologie di lavoro non corrette, carenze di manutenzione di macchine ed impianti, …
 
È importante identificare le persone esposte al rischio d’incendio, “tenendo conto dell’affollamento massimo prevedibile, delle condizioni psicofisiche dei presenti e valutando se all’interno delle aree di lavoro, può esserci presenza di:
- pubblico occasionale;
- persone che non hanno familiarità con i luoghi di lavoro in genere e con le vie e le uscite di emergenza in particolare (come ad esempio i lavoratori appartenenti alle imprese di pulizia, di manutenzione, mensa ecc);
- persone con mobilità, vista o udito menomato o limitato;
- persone incapaci di reagire prontamente in caso di emergenza;
- lavoratori la cui attività viene svolta in aree a rischi specifico d’ incendio;
- lavoratori i cui posti di lavoro risultano ubicati in locali (o aree) isolati dal resto dei luoghi di lavoro ecc.”.
 
Un passo successivo è la valutazione dell’entità dei rischi accertati:
- “utilizzando tutti i sistemi, le metodologie e gli strumenti di cui si dispone come: disposizioni, regolamenti, norme di buona tecnica nazionali o internazionali, esperienze nello specifico settore ecc.;
- tenendo nel dovuto conto che le probabilità che si verifichino le condizioni di innesco di un incendio, risultano tanto maggiori quando si è in presenza di:
a) scadente organizzazione del lavoro;
b) sfavorevoli condizioni dei luoghi di lavoro, degli impianti e delle macchine;
c) carente stato psico-fisico dei lavoratori ecc.;
- stabilendo quali saranno le priorità di intervento sui rischi rilevati, al fine di eliminarli ovvero ridurli, basandosi, ad esempio, sulla gravità delle conseguenze, sulla probabilità dell’accadimento dell’evento, sul numero di persone che possono essere coinvolte dagli effetti del sinistro”.

Per valutare i rischi d’incendio è necessario effettuare l’analisi dei luoghi di lavoro, tenendo conto in particolare:
- “del tipo di attività;
- delle sostanze e dei materiali utilizzati e/o depositati;
- delle caratteristiche costruttive, dimensionali e distributive dei luoghi di lavoro (strutture, aree di piano, superfici totali, coperture ecc.);
- del numero massimo ipotizzabile delle persone che possono essere presenti contemporaneamente nei luoghi di lavoro”.
L’obiettivo dell’analisi è di:
- “determinare i fattori di pericolo d’incendio;
- identificare le persone esposte al rischio d’incendio;
- valutare l’entità dei rischi accertati;
- individuare le misure di prevenzione e protezione;
- programmare le misure antincendio, ritenute più opportune”.

Nella Formazione Antincendio precedente all’entrata in vigore del D.Lgs. 81/2008 riguardo alla valutazione dei rischi si premette che in base al punto 1.2 dell’allegato I del DM 10 marzo 1998 , viene definito:
- “pericolo d’incendio: la proprietà o qualità intrinseca di determinati materiali od attrezzature, oppure metodologie e pratiche di lavoro o di utilizzo di ambienti di lavoro, che presentano il potenziale di causare un incendio;
- rischio d’incendio: probabilità che sia raggiunto il livello potenziale di accadimento di un incendio e che si verifichino conseguenze dell’incendio sulle persone presenti;
- valutazione dei rischi d’incendio: procedimento di valutazione dei rischi di incendio in un luogo di lavoro derivante dalla possibilità del verificarsi di un pericolo d’incendio”.


Il Datore di Lavoro deve periodicamente riesaminare il SGSL per verificare che esso sia attuato con efficacia e sia idoneo per il raggiungimento degli obiettivi di SSL, in linea con quanto indicato nella Politica del SGSL. È una attività ciclica, importante e da cui l’impresa non può prescindere per il perseguimento del miglioramento continuo.
Il Riesame costituisce l’ultima fase nel processo di gestione ma anche la prima del suo riavvio.
I risultati che scaturiscono da questo processo, in relazione al periodo indagato permettono, se necessario,di modificare parzialmente o totalmente la politica e gli obiettivi.
Il Datore di Lavoro deve riesaminare il proprio sistema ad intervalli predefiniti e comunque almeno una volta l’anno.
All’interno di tale attività è fondamentale tener sempre presente la necessità di valutare le opportunità di migliorare e apportare modifiche al SGSL, alla sua politica, agli obiettivi precedentemente fissati e quindi in generale alla sicurezza sul lavoro aziendale.
In generale gli argomenti da trattare nel riesame devono comprendere:

•i risultati del monitoraggio interno con riferimento al grado di raggiungimento degli obiettivi;

•i risultati dell’audit interno;

•i dati sugli infortuni e malattie professionali;

•le relazioni del Medico Competente, se nominato;

•i cambiamenti, interni ed esterni, rilevanti per l’impresa (nuove lavorazioni, personale,contratti, nuove leggi ecc.)

•evidenza dei pericoli e valutazione dei rischi;

•rapporti sulle emergenze, incidenti, situazioni pericolose;

•realizzazione e risultati delle azioni correttive e preventive intraprese;

•informazioni sulla consultazione e coinvolgimento dei lavoratori;

•rapporti sulla formazione e addestramento effettuati;
Da questi elementi, il DL con il supporto del RSPP, se designato, e coinvolgendo il personale e il RLS/RLST deve essere in grado di elaborare ed esprimere una valutazione sulle prestazioni del SGSL nel suo complesso.
L’esito del riesame deve essere verbalizzato annotando i punti e gli elementi trattati e i miglioramenti che si è deciso di attuare e/o le soluzioni agli eventuali problemi riscontrati.

In ultima analisi il DL dove essere in grado di esprimersi su:

•adeguatezza della Politica SGSL, che eventualmente può essere anche modificata;

•efficacia delle azioni intraprese dal precedente riesame;

•adeguamento degli obiettivi prefissati e individuazione di nuovi;

•definizione/modifica dei compiti nella gestione del Sistema;
Il DL può ritenere opportuno che il Riesame del sistema coincida, ove sia prevista, con la riunione periodica di cui all’art 35 del D. Lgs, 81/2008 e s.mi., nel caso il Riesame deve trattare anche quanto previsto dalla legislazione.

Il SGSL deve prevedere la verifica del raggiungimento degli obiettivi prefissati e della funzionalità del SGSL stesso, utile a valutare l’effettiva attuazione del sistema e la sua efficacia.
Il processo di verifica è quindi essenziale per valutare le prestazioni del sistema e per fornire le indicazioni necessarie per conseguire il miglioramento continuo in termini di SSL dell’azienda.
Il processo si realizza in diverse fasi riconducibili sostanzialmente a:

•attività di sorveglianza e misurazioni da intendersi come un monitoraggio continuo, in cui vengono monitorate/sorvegliate e misurate le principali attività messe in atto dall’impresa che hanno ricadute sulla SSL

•attività di Audit interno che consente di stabilire se il sistema è conforme a quanto pianificato, correttamente applicato, mantenuto attivo ed in grado di raggiungere gli obiettivi.

Sorveglianza/monitoraggio e misurazioni
Il processo di sorveglianza e misurazioni prevede che l’azienda attivi delle verifiche sugli elementi e sulle attività che possano comportare pericoli e rischi per la SSL, con modalità e frequenze predefinite. Si vuole in questo modo verificare soprattutto che quanto attuato sia in linea con gli obiettivi prefissati;
le attività di tale processo dovrebbero per quanto possibile essere basate su elementi numerici, oggettivi e confrontabili nel tempo (vedere paragrafo 3).
Le necessità di sorveglianza e misurazioni sono identificate a seguito della VdR e, in generale del processo di pianificazione, (par. 3) e definite dal DL/RSPP nelle caratteristiche, frequenze e responsabilità di attuazione durante la pianificazione delle procedure di lavoro.
Tali attività sono svolte generalmente dalle risorse interne dell’azienda, sia in autocontrollo da parte dell’operatore addetto o dal preposto, sia da parte del DL/RSPP, ma può comportare, per aspetti specialistici, il ricorso a risorse esterne all’impresa.
Il DL/RSPP deve:

•pianificare la sorveglianza e le misurazioni definendone i tempi, i compiti e le responsabilità

•identificare il personale incaricato di effettuare attività di sorveglianza e misurazioni e,ove necessario, formarlo ed addestrarlo allo svolgimento di tali attività;

•definire le modalità con cui sono gestiti gli eventuali strumenti di misura utilizzati;

•definire, nel caso si affidino attività di sorveglianza e misurazioni a terzi, le caratteristiche professionali degli affidatari e le specifiche tecniche con cui tali attività devono essere espletate;

•definire le modalità di comunicazione dei risultati.

La sorveglianza e le misurazioni riguardano almeno:

•l’attuazione delle misure di prevenzione e protezione specifiche per la tutela della SSL nelle diverse attività/processi lavorativi, individuati e definiti a seguito dei risultati della VdR

•l’aggiornamento delle normative applicabili e il rispetto degli obblighi che ne derivano.

•l’effettuazione delle operazioni che hanno impatto sulla SSL e oggetto di procedure di lavoro e istruzioni operative ed includono ad es. i processi/attività produttive, le manutenzioni, le verifiche periodiche degli impianti e delle macchine, la gestione degli agenti chimici, cancerogeni, mutageni, biologici, la gestione dei materiali radioattivi, la gestione delle dotazioni e dei presidi di sicurezza;

•gli indicatori di prestazioni degli obiettivi individuati in sede di pianificazione.
Il personale che attua le attività di sorveglianza, monitoraggio e di misurazione deve riportare i relativi risultati al DL/RSPP che, in caso di non conformità, deve attivare il processo di gestione delle non conformità e di pianificazione/attuazione delle azioni correttive.
Gli esiti del monitoraggio sono oggetto del riesame del Sistema.
I risultati del processo di sorveglianza e misurazioni devono essere comunicati all’eventuale Organismo di Vigilanza, se presente, perché possa utilizzarli per le azioni di controllo di competenza.
Audit Interni
Obiettivo dell’Audit è quello di verificare:

•se quanto attuato è conforme a quanto pianificato per la gestione della SSL;

•la conformità del SGSL ai requisiti previsti dalle presenti linee di indirizzo, agli standard gestionali di riferimento (Linee Guida SGSL - UNI 2001, BS OHSAS 18001:2007) e alla legislazione applicabile;

•l’attuazione delle azioni correttive/preventive intraprese;

•se il SGSL sia stato correttamente attuato e mantenuto attivo.

Programmazione e pianificazione dell’audit
Il DL/RSPP, almeno una volta l’anno, programma un audit interno per valutare se il sistema è conforme a quanto pianificato, correttamente attuato ed efficace a raggiungere gli obiettivi prefissati.
L’audit deve interessare tutti gli ambiti del SGSL aziendale e deve essere svolto secondo tempistiche utili a che i risultati possano essere valutati in fase di riesame.
Il DL/RSPP nel programmare l’audit interno tiene conto dei seguenti aspetti:

•modifiche significative nella struttura organizzativa o nelle politiche aziendali

•variazioni in materia di SSL

•risultati di precedenti audit

•segnalazione dalle parti interessate, in particolare i lavoratori e il RLS/RLST

•rapporti di non conformità

In relazione allo stato e alla complessità di processi/funzioni oggetto di valutazione, il DL deve programmare ulteriori verifiche qualora l’azienda abbia attivi processi lavorativi di particolare complessità e/o rischiosità, abbia diverse unità produttive dislocate sul territorio,operi in contesti produttivi molto differenziati (cantieri di tipologie differenti:
ristrutturazioni immobiliari, strade, gallerie, ponti, ecc.).
Oltre a quelli programmati il DL può disporre l’esecuzione di audit straordinari in particolar modo qualora si manifestino le seguenti condizioni:

•infortuni, incidenti o mancati incidenti;

•situazioni tali da compromettere o comunque ridurre l’efficacia del Sistema di Gestione;

•necessità di verifica dell’attuazione ed efficacia di azioni correttive e preventive.
Per ogni audit programmato il RA, in accordo con il DL, fissa la data di audit e, analizzata la documentazione di riferimento (documenti del SGSL) e le caratteristiche organizzative,produttive, dimensionali e di articolazione aziendale, nonché i risultati di precedenti audit,predispone il piano dell’audit e lo comunica al DL.
Il piano dell’audit riporta:

•i dati identificativi dell’audit (es.: unità produttiva, anno, n° progressivo, ecc.) e la sede/il luogo e la data di effettuazione;

•se si tratta di un audit in programma o straordinario;

•l’obiettivo dell’audit (es: verifica conformità normativa, verifica di conformità alle Linee di Indirizzo SGSL - MPI, verifica azioni correttive, ecc.);

•se l’audit riguarda tutta la azienda o parte di essa (es.: una unità produttiva, un cantiere, ecc.);

•le funzioni aziendali coinvolte (DL, RSPP, RLS/RLST, MC, Preposti, ecc.);

•le norme/leggi e i documenti di riferimento a fronte dei quali effettuare l’audit;

•il nome del RA e degli eventuali altri auditor;

•la pianificazione della verifica (luoghi dell’azienda da visitare, funzioni da incontrare e tempi di svolgimento di tali attività).
Il DL è il destinatario dei risultati dell’audit e deve assicurare che le funzioni aziendali ed i lavoratori operanti nelle aree aziendali sottoposte a verifica siano informate del suo svolgimento, ad esempio attraverso la consegna di copia del piano di audit, e siano disponibili e presenti durante l’attività di audit.
Identificazione degli auditor interni
Il DL deve identificare gli auditor interni.
Normalmente nelle micro e piccole imprese le caratteristiche dimensionali e di semplicità organizzativa rendono sufficiente un solo auditor interno. Vi possono essere casi particolari di micro e piccole imprese di maggiore complessità, articolate geograficamente, operanti in una pluralità di siti (cantieri, ecc.) tali da rendere necessario il ricorso ad un gruppo di due o più auditor interni.
In questo caso uno degli auditor deve essere indicato come Responsabile del gruppo di audit - RA. Gli auditor, compreso il RA, devono essere selezionati dal DL con riferimento alla competenza professionale posseduta in materia di:

•modalità di svolgimento delle attività di audit interno SGSL e standard gestionali applicabili (Linee di indirizzo SGSL - MPI, Linee Guida SGSL - UNI 2001/BS OHSAS 18001:2007);

•SSL, in particolare sulla legislazione applicabile all’azienda e sulle modalità tecniche inerenti l’ambito e l’oggetto dell’audit;

•processi produttivi ed organizzazione dell’azienda.

Qualora RA o gli eventuali altri auditor non fossero qualificati rispetto a attività specialistiche di un settore oggetto di audit, questi dovranno essere affiancati da un esperto nell’attività da verificare.

Gli elementi per valutare la competenza del RA e di eventuali altri auditor sono:

•capacità di stilare rapporti scritti, redigere check list, intervistare il personale;

•esperienza di lavoro nel settore produttivo dell’impresa da sottoporre ad audit;

•esperienza di lavoro nel campo della SSL o formazione sufficiente a conoscere la legislazione applicabili, i rischi presenti, le tecniche di prevenzione utilizzabili per fronteggiarle;

•formazione in materia di audit interno (la UNI EN ISO 19011 fornisce indicazioni sulle caratteristiche dei corsi per auditor interno).
Tali requisiti sono rilevabili dal curriculum professionale di RA/auditor e da attestati di partecipazione a corsi di formazione sulle materie indicate.
In generale le figure che effettuano l’audit dovrebbero essere interne all’impresa, formate allo scopo, disporre di tempo, avere autorità, essere responsabilizzate e godere di indipendenza nel compito specifico (pertanto il DL e/o il RSPP, se designato, non possono svolgere attività di audit interno).
Qualora l’impresa non sia in grado di individuare al suo interno delle figure con le predette caratteristiche deve avvalersi di auditor esterni; in questo caso il DL deve accertarsi e pretendere che detti soggetti esterni posseggano i necessari requisiti e svolgano le verifiche secondo quanto indicato nel Programma degli Audit appositamente stilato e nei tempi previsti.
Nel gruppo di audit possono essere inseriti degli osservatori con lo scopo di addestrare nuovi valutatori.

Conduzione dell’audit
L’audit inizia con una riunione di apertura tra il RA/auditor il DL e le funzioni coinvolte in cui si confermano gli elementi operativi contenuti nel piano di audit e i dettagli attuativi di svolgimento.
Tale riunione può svolgersi in modo informale.
RA/auditor procede quindi all’esecuzione dell’audit sulla base del piano concordato, dei documenti relativi alle attività da verificare e delle eventuali check list elaborate;
rileva,attraverso evidenze oggettive, la conformità o la non conformità delle attività valutate rispetto ai requisiti fissati, documentandone i riscontri.
L’audit termina con una riunione finale di chiusura nella quale il RA, dopo essersi confrontato con eventuali altri auditor, presenta al DL le eventuali non conformità,i rilievi o le osservazioni registrati e gli aspetti positivi emersi.
Al termine dell’audit il RA redige un Rapporto di audit per documentare quanto emerso nel corso dell’audit stesso; il Rapporto viene trasmesso al DL entro una settimana dalla sua effettuazione.
In tale rapporto vengono registrati:

•i dati identificativi dell’audit (es.: unità produttiva, anno, n° progressivo, ecc.) e la sede/il luogo e la data di effettuazione;

•se si tratta di un audit in programma o straordinario);

•l’obiettivo dell’audit (es: verifica conformità normativa, verifica di conformità alle Linee di Indirizzo SGSL - MPI, verifica azioni correttive, ecc.);

•se l’audit riguarda tutta la azienda o parte di essa (es.: una unità produttiva, un cantiere,ecc.)

•le funzioni aziendali coinvolte (DL, RSPP, MC, Preposti, ecc.);

•le norme/leggi e i documenti di riferimento a fronte dei quali effettuare l’audit;

•il nome del RA e degli eventuali altri auditor;

•giudizio di sintesi con osservazioni e rilievi positivi e negativi;

•indicazione del numero di NC riscontrate con rinvio ai relativi rapporti che devono essere allegati al rapporto stesso.

Per ogni non conformità rilevata il DL, dopo aver firmato il relativo rapporto, dispone l’opportuno ed adeguato trattamento e/o azione correttiva.
La documentazione prodotta durante ed a seguito dell’audit interno deve essere archiviata a cura del DL/RSPP.
I risultati dell’Audit saranno oggetto del riesame per il miglioramento del sistema.
Infortuni, incidenti, situazioni pericolose, non conformità, azioni correttive ed azioni preventive
L’osservazione e l’analisi degli incidenti, degli infortuni e delle situazioni pericolose è un elemento da cui non si può prescindere per il funzionamento corretto e soddisfacente di un SGSL.
In generale, la gestione delle non conformità, di cui gli incidenti/infortuni/situazioni pericolose possono rappresentare quelle più rilevanti, insieme alla definizione delle conseguenti azioni correttive e/o preventive, costituiscono elementi operativi fondamentali ed indispensabili.
In questo modo l’impresa ha gli strumenti che le permettono di lavorare in condizioni controllate e nello stesso tempo mantiene ed aumenta la capacità del proprio sistema di gestione di migliorare i livelli di salute e sicurezza dell’intera organizzazione.
Indagine su incidenti, infortuni, malattie professionali, situazioni pericolose
Il DL/RSPP deve stabilire, implementare e mantenere attive “modalità operative” che le consentano di registrare, indagare ed analizzare gli incidenti, gli infortuni e possibilmente le situazioni pericolose esistenti, quelle cioè che possono esporre i lavoratori e chi, più in generale,si trova all’interno dell’impresa, ad un rischio di infortunio od a un pericolo di incidente.
È importante quindi

1.registrare prontamente gli eventi sopra definiti;
2.determinare i fattori che possano aver causato o contribuito a causare il loro verificarsi;
3.ricercare ed individuare le azioni correttive, volte ad eliminare le cause esistenti che hanno determinato l’evento;
4.ricercare le opportunità di miglioramento continuo.
Le modalità di trattamento di questi eventi e di comunicazione dei risultati delle indagini,devono essere definite dal DL in modo che le persone incaricate a ricercare l’origine e le cause di incidenti/infortuni e situazioni pericolose, lo facciano nel modo più adeguato possibile.
Nel caso il Medico Competente riscontri alterazioni nello stato di salute dei lavoratori connessi con l’attività lavorativa, incluso il manifestarsi di malattie professionali.
Non conformità, azioni correttive ed azioni preventive
In generale, ed in riferimento a quanto già indicato nel paragrafo precedente, il DL/RSPP deve stabilire, implementare e mantenere attive modalità connesse alla struttura del SGSL,per trattare le non conformità, reali o potenziali; lo scopo è quello di individuare e porre in atto le necessarie azioni correttive/preventive.
Se tali attività non sono svolte direttamente dal DL/RSPP, questi deve individuare, ove possibile all’interno dell’impresa, opportune risorse umane, responsabilizzate e formate, cui attribuire la giusta autorità.
L’azienda deve determinare i fattori che possono aver causato o contribuito a causare le non conformità, al fine di individuare e intraprendere le azioni correttive adatte a prevenire il loro riverificarsi.
Le modalità di trattamento di questi eventi, oltre che quelle relative al modo di comunicare i risultati delle azioni correttive/preventive intraprese, devono essere definite dal DL affinché le persone incaricate a tali scopi eseguano il compito nel modo più adeguato possibile.
L’azienda deve verificare l’efficacia delle azioni intraprese.
È importante, in ogni caso, assicurarsi che le azioni da attuare siano sottoposte al processo di valutazione dei rischi prima della loro effettiva attuazione.