Infotel
E-Learning, LMS, Learning Management System, Scorm

RSPP 2015 novità

Pubblicato da Lilino Albanese | 19:18

RSPP 2015

RSPP 2015
Il 22 aprile 2015 è stato presentato alla discussione della Commissione Consultiva la bozza di un nuovo accordo Stato-Regioni per la formazione dei Rspp che, se e quando approvato, andrà a sostituire quello del 26 gennaio 2006.

E' stata riprecisata la diretta emanazione
In una Nota presente nel testo viene specificato che le Associazioni sindacali dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative sul piano nazionale, limitatamente al settore specifico di riferimento, nonché gli Enti bilaterali e gli Organismi paritetici possono effettuare le attività formative e di aggiornamento direttamente o avvalendosi di strutture formative di loro diretta ed esclusiva emanazione (prevalentemente o totalmente partecipate). Queste ultime strutture devono essere accreditate secondo i modelli definiti dalle Regioni e province autonome ai sensi dell'intesa 20 marzo 2008.

Punti cruciali
Requisiti dei docenti
Viene precisato che i corsi devono essere tenuti da docenti in possesso dei requisiti previsti dal decreto interministeriale del 6 marzio 2013 (qualificazione dei docenti).
Moduli di formazione
Il Modulo A è il corso base per lo svolgimento delle funzioni di RSPP/ASPP ed ha una durata complessiva di 28 ore (invariato rispetto al precedente Modulo A). Per tale Modulo è consentito l'utilizzo della modalità e-learning secondo i criteri previsti nell'Allegato II. Il Modulo B, correlato alla natura dei rischi presenti sul luogo di lavoro e relativi alle attività lavorative, viene strutturato diversamente rispetto al modulo B di cui all'Accordo del 26 gennaio. Viene previsto un Modulo comune esaustivo per tutti i settori produttivi della durata di 48 ore (in precedenza la durata variava da 12 a 48 ore a seconda dei macrosettori di riferimento di cui ai Codici ATECO). Questo modulo comune deve essere integrato con la frequenza di ulteriori moduli di specializzazione per i seguenti settori:
– Agricoltura – Pesca (12 ore);
– Cave – Costruzioni (16 ore);
– Sanità residenziale (12 ore);
– Chimico – Petrolchimico (16 ore).
Il Modulo C è il corso di specializzazione per le sole funzioni di RSPP e ad una durata di 24 ore (invariata rispetto al precedente) e deve consentire di acquisire specifiche conoscenze, abilità relazionali e gestionali.
Aggiornamento
Le ore complessive dell'aggiornamento, fissate in base al ruolo sono rispettivamente
– ASPP – 20 ore (in precedenza 28 ore);
– RSPP – 40 ore (in precedenza da 40 a 60 a seconda dei macrosettori).
Viene ritenuto preferibile che il monte ore complessivo dell'aggiornamento venga distribuito nell'arco del quinquennio. L'aggiornamento è consentito, per tutto il monte ore, in modalità e-learning secondo i criteri previsti nell'Allegato II.

Impresa Sicura

Pubblicato da Lilino Albanese | 12:11

Impresa Sicura
allegato VIII del D. Lgs. 81/2008Nel mondo del lavoro gli occhi, come ricordato anche nell’allegato VIII del D. Lgs. 81/2008, devono essere preservati da una molteplicità di rischi. Ad esempio: rischi ottici (la luce naturale e artificiale o le sorgenti di radiazioni causano una gran parte delle lesioni agli occhi, in dipendenza della lunghezza d’onda);rischi meccanici (polvere a grana grossa e fine, particelle ad alta velocità, corpi incandescenti e metalli); rischi chimici (aerosol e aeriformi, spruzzi o gocce di soluzioni chimiche che possono penetrare nell’occhio, corrodere la retina e danneggiare la vista); rischi termici (il freddo può causare lacrimazione protratta, il calore può provocare infiammazioni o ustioni).
E la protezione dai rischi di proiezione legati alle lavorazioni meccaniche, all’utilizzo di sostanze chimiche e all’esposizione a radiazioni ottiche che “potrebbero danneggiare l’occhio stesso o alterare la visione si può ottenere con dispositivi diversi, anche in funzione alla necessità di proteggere il viso”.

A parlare in questi termini dei dispositivi di protezione degli occhi e del viso è il progetto multimediale Impresa Sicura - elaborato da EBER, EBAM, Regione Marche, Regione Emilia-Romagna e Inail - che è stato validato dalla Commissione Consultiva Permanente per la salute e la sicurezza come buona prassi nella seduta del 27 novembre 2013. Progetto che ha prodotto negli anni non solo diversi materiali relativi alla prevenzione in vari comparti lavorativi (metalmeccanica, cantieristica navale, lavorazione del legno, calzature, ...), ma anche una raccolta dettagliata di informazioni sui Dispositivi di Protezione Individuale nel documento “ ImpresaSicura_DPI”.

Il documento sottolinea che gli occhi vengono protetti mediante occhiali di protezione o protezioni da fissare sugli occhiali e la protezione del viso avviene per mezzo di visiere o schermi di protezione.
Queste dunque le tre principali tipologie di DPI:

- occhiali di protezione: “sono formati dalla montatura, che deve posizionarsi in modo perfetto sul volto, e dalle lenti (UNI EN 166), la cui dimensione determina l’ampiezza del campo visivo. La presenza di ripari laterali evita la penetrazione laterale sia di sostanze che di radiazioni. In commercio si trovano occhiali di protezione con ripari laterali dotati di aperture per l’aerazione. Sia la montatura che le lenti devono mantenere le loro caratteristiche al variare della temperatura e dell’umidità (anche dovuta al sudore), e quindi devono essere costituiti con materiali non deformabile né infiammabile, e contemporaneamente non nocivi per la salute”;

- maschere / occhiali a visiera: “fissate direttamente tramite bardatura al capo o al casco, le visiere proteggono non solo gli occhi ma tutto il volto dalle schegge, dalle sostanze chimiche o radiazioni, ma non forniscono protezione laterale. La finestra della visiera contiene lastre trasparenti, leggere, filtranti, facilmente sostituibili e regolabili”;

- schermi / ripari facciali di protezione: “gli schermi di protezione sono generalmente fissati all’elmetto di protezione o ad altri dispositivi di sostegno, ma non sono completamente chiusi. Devono proteggere dalle schegge, dagli schizzi, dalle scintille, dal calore radiante e dalle sostanze chimiche e devono essere difficilmente infiammabili. Alcuni schermi hanno lastre di sicurezza trasparenti con azione filtrante. Una lamina posizionata nella parte interna dello schermo protegge dalle scariche elettrostatiche. Gli schermi a mano sono formati da una costruzione in materiale leggero con apertura per lastra scambiabile. Vengono tenuti con la mano e salvaguardano gli occhi, il viso e parti del collo da materiali scagliati, spruzzi e radiazioni. Le cappe, in diversi materiali, vengono impiegate insieme all’elmetto di protezione o altri dispositivi di supporto. A differenza degli schermi, sono praticamente chiuse, coprono anche la testa e nel caso le spalle e sono munite frontalmente di lastre di protezione trasparenti sollevabili, le quali, a seconda della loro efficacia protettiva, possono presentare anche azione filtrante”.

Nel documento è riportata un’utile tabella con i criteri di scelta che portano a preferire un dispositivo rispetto l’altro. In ogni caso nella scelta del tipo di protezione, con riferimento ai rischi correlati alla proiezione di corpi solidi, occorre tener conto anche dei seguenti elementi:
- “proiezione di corpi solidi a bassa energia: in questo caso gli occhiali a stanghetta sono da ritenersi idonei;
- proiezione di corpi solidi a media energia: in questo caso gli occhiali a maschera sono da ritenersi idonei;
- proiezione di corpi solidi ad alta energia: in questo caso gli schermi facciali sono da ritenersi idonei”.

Dopo aver riportato indicazioni normative (D.Lgs. 81/2008) e indicazioni relative alla marcatura per la resistenza meccanica, il documento pubblica un ampio prospetto che fornisce un breve sommario di alcuni tipi e fonti di pericolo nella protezione dell’occhio e del viso in ambito industriale, un prospetto che chiaramente non può tuttavia essere esaustivo dei rischi professionali.
Riportiamo a titolo esemplificativo alcuni rischi di natura meccanica:
- “proiezione di particelle metalliche: macchinario per la lavorazione del metallo, trucioli di saldatura, rivettatura, taglio di fili in metallo, molatura;
- proiezione di particelle di pietra o minerali: sabbiatura, lavorazione della pietra, scultura, molatura, trapanatura di rocce;
- proiezione di particelle legnose/fibrose: tornitura del legno, abbattimento degli alberi, rimozione della boscaglia;
- particelle grossolane sospese nell’aria: miscelazione del cemento, lavorazione della pietra, segatura del legno, sabbiatura orbitale, stoccaggio granaglie, macinatura della farina, estrazione e lavorazione del carbone;
- spruzzi/schizzi di metallo fuso: colate di metallo, scrematura del metallo, pressofusione, taglio con fiamma del metallo, brasatura;
- acqua ad alta pressione: taglio a getto d’acqua”.

I dispositivi di protezione sono generalmente composti “da un elemento portante (montatura occhiali, guscio schermi e maschere) e da lenti e lastrine sostituibili”.
In particolare gli occhiali devono essere:
- “robusti;
- esenti da bolle;
- resistenti agli urti”, alla combustione, alla corrosione (parti metalliche) e alla disinfezione e avere bassa conducibilità termica;
- privi di sporgenze o irregolarità, al fine di evitare danno, disagi agli utilizzatori;
- atossici, inodori e fisiologicamente inerti, tali da non causare irritazioni cutanee agli utilizzatori;
- regolabili in lunghezza;
- privi di effetti che deformano l’immagine, quindi la parte ottica deve non solo essere perfettamente alloggiata e rifinita, ma avere una trasparenza ottima, senza effetti di tipo astigmatico o sferico o prismatico”. E quest’ultima caratteristica – la “Classe ottica” - ha 3 livelli, “in cui la classe 1 è quella con minore deformazione e quindi il DPI è adatto per un uso prolungato mentre quando è di classe 3 (deformazione più accentuata) deve essere utilizzato per brevi periodi”.
Inoltre il tipo di oculare, cioè il vetro della lente, “potrebbe essere:
- organico termoplastico a base di carbonio (plastica);
- minerale a base di silice;
- organico termoindurente a base di resine sintetiche (infrangibile)”.
Si ricorda che le lenti (oculari) “possono essere classificate in base al tipo di filtrazione, specifici per ogni tipo di rischio e conformi ad altre EN, e possono essere anche correttive. Particolari rivestimenti superficiali possono conferire alle lenti stesse specifiche caratteristiche superficiali”. E ai lavoratori dovrebbe conoscere la differenza strutturale tra:
- “vetri di sicurezza (con resistenza alla rottura);
- vetri composti (in caso di rottura la parte rivolta verso l’occhio rimane intatta perché trattenuta da una pellicola di plastica);
- vetri temperati (in cui in caso di rottura i vetri si disperdono in piccolissimi pezzi non taglienti)”.

Il documento correlato al progetto Impresa Sicura riporta ulteriori indicazioni su moltissimi temi: simboli di resistenza meccanica agli impatti, classe ottica, protettori a rete degli occhi e del viso, ripari facciali, visiere ed elmetti ad elevate prestazioni, filtri solari ad uso industriale, ispezioni dei DPI prima dell’uso, manutenzione, equipaggiamento specifico per saldatura, marcatura per protettori dell’occhio per laser, protettori dell’occhio contro radiazioni laser, ...

Concludiamo questa breve presentazione dei dispositivi di protezione degli occhi e del viso, riportando alcune indicazioni in merito all’utilizzo degli occhiali di protezione.

Il documento sottolinea comunque che prima di scegliere gli occhiali da indossare è indispensabile conoscere i rischi legati all’ambiente di lavoro, le condizioni ambientali e la mansione di colui che li indossa. In ogni caso il loro utilizzo “è comunque previsto in tutti i luoghi in cui vi è il rischio di proiezione di corpi solidi, liquidi o di radiazioni ottiche”.
Si segnala che “nell’utilizzo di questi DPI occorre porre attenzione a non rovinare la parte ottica appoggiando il dispositivo su superfici abrasive o acuminate. Gli occhiali con lenti rovinate o con montatura deformata devono essere cambiati al più presto”.

Diamo infine qualche indicazione per i portatori di occhiali da vista.
Si ricorda che “è possibile utilizzare dei sovraocchiali se la durata dell’utilizzo è limitata oppure montare lenti graduate su montature antinfortunistiche. Le lenti a contatto non dovrebbero essere usate in ambienti lavorativi polverosi, oppure in presenza di gas o vapori (se lenti morbide), e senza occhiali protettivi, in quanto gas e vapori possono condensarsi tra lente e occhi, causando danni permanenti all’occhio stesso. Negli ambienti molto caldi (saldatura, verniciatura) vi è il rischio che le lenti possano essiccare e aderire alla cornea. Si deve pertanto rendere nota la condizione di portatore di lenti a contatto al fine di far rimuovere le lenti in caso di personale incapacità o impossibilità o in emergenza”.

Il sito “ Impresa Sicura

RSPP Decreto

Pubblicato da Lilino Albanese | 11:46

RSPP Decreto
Queste le tappe per arrivare alla definitiva approvazione:

1) Il passaggio nella Commissione consultiva permanente (ex art. 6 del T.U.) che fonti ministeriali mi dicono fissata per il 22 aprile p.v. e che, pur essendo obbligatorio solo per quanto riguarda il riconoscimento dei crediti formativi, pare riguarderà l’intero impianto;

2) la consultazione delle parti sociali che si spera avvenga già in sede di “consultiva” visto che  ai lavori della Commissione partecipano anche i rappresentanti delle parti sociali;

3) il voto, infine, che ricordo deve essere unanime, della Conferenza stato – regioni.

Su tutto aleggia:

1) il c.d. "Decreto basso rischio" che andrà ad individuare quei settori che potranno dare attuazione ad alcuni adempimenti in maniera "semplificata";

2) la riforma costituzionale già in discussione in Parlamento, che dovrebbe ricollocare la materia sicurezza sul lavoro tra quelle di competenza esclusiva del governo (con buona pace per le regioni e la Conferenza stato-regioni);

3) altre modifiche al D.Lgs. 81/2008 che "messer" Renzi e "sior" Poletti pare abbiano in animo sempre in nome della semplificazione.


Tags : RSPP Formazione Sicurezza Stato regioni
Pubblicitàcorsi per aziende consulenti centri di formazione

Medici cancellati, Uni 11578 2015

Pubblicato da Lilino Albanese | 00:00


Portale Consulenti

Cancellazione medici competenti, rischi di cantiereCancellati dall’elenco nazionale medici competenti circa 5.000 sanitari
Scarica un modello di richiesta del reinserimento
Scarica Vademecum Carrelli Elevatori e AmiantoConsigli per proteggere l'attrezzatura
Approfindimento relativo all'ordinaria manutenzione a cui devono essere soggette le attrezzature
Scarica Vademecum Carrelli Elevatori e AmiantoI rischi nel cantiere edile
La pubblicazione è un utile documento per i formatori, pubblicazione di Luigi Pastorelli
Scarica Vademecum Carrelli Elevatori e AmiantoUni 11578 2015
Dispositivi di ancoraggio destinati all’installazione permanente – Requisiti e metodi di prova
Scarica Vademecum Carrelli Elevatori e AmiantoDocu-film Incidenti sul lavoro tra dramma e riabilitazione
Regia e sceneggiatura Tommaso Santi
Scarica Vademecum Carrelli Elevatori e AmiantoLinee d’Indirizzo per la gestione della sicurezza nelle imprese chimiche
Inail e Federchimica proseguono nella collaborazione iniziata con l’accordo quadro dell’aprile 2013
Scarica Vademecum Carrelli Elevatori e AmiantoProcedure operative per la prevenzione del rischio da esposizione a Radiazioni Ottiche Artificiali
Cappe sterili e Lampade Germicide
Scarica Vademecum Carrelli Elevatori e AmiantoLe misure di prevenzione per la tutela della salute alle fibre artificiali vetrose
CONFERENZA STATO-REGIONI DEL 25.03.2015
Scarica Vademecum Carrelli Elevatori e AmiantoPrevenzione ergonomica nei supermercati
Cassieri di supermercato Disordini muscolo-scheletrici Costi Prevenzione Ergonomia
Medici cancellati, Uni 11578 2015

Cancellazione medici competenti, rischi di cantiere

Pubblicitàcorsi per aziende consulenti centri di formazione

Impatto economico della prevenzione ergonomica nei supermercati
Le misure di intervento e prevenzione dei rischi per i cassieri dei supermercati e la valutazione economica dell’intervento.

Impatto economico della prevenzione ergonomica nei supermercati
Secondo l’Agenzia Europea per la Sicurezza e la Salute sul Lavoro (EU-OSHA), i disturbi muscolo-scheletrici costituiscono una delle patologie lavorative più diffuse nei 27 Stati Membri dell’Unione Europea. A livello europeo, il 25% dei lavoratori soffre di mal di schiena e il 23% lamenta dolori muscolari. Il 62% dei lavoratori dichiara di svolgere operazioni ripetitive con gli arti superiori (mani e braccia) per un tempo pari a un quarto dell’orario di lavoro; il 46% lavora in posizioni stancanti ed il 35% si occupa di movimentazioni di carichi pesanti. È un problema trasversale a tutti i settori di attività economica con un’incidenza maggiore per l’agricoltura e le costruzioni. I disturbi muscolo-scheletrici costituiscono un problema importante anche dal punto di vista economico a causa dei costi notevoli sia diretti (spese assicurative, mediche e amministrative) sia indiretti (dovuti ad una riduzione della produttività).

L’evoluzione normativa, intervenuta tra il 2008 e il 2009, ha determinato un incremento delle denunce effettuate all’INAIL, relativamente a tali patologie, come si evince dal rapporto INAIL. Nel periodo 2005-2009, i casi denunciati sono passati infatti dai 7.926 del 2005 ai 16.593 nel 2009 (+109%).

IL SETTORE DEL COMMERCIO E LA FIGURA PROFESSIONALE DEI CASSIERI
Nel settore della grande distribuzione, la figura professionale dei cassieri ha ottenuto, negli ultimi anni, un’attenzione crescente. Il settore del commercio, che tradizionalmente è stato contraddistinto da problematiche infortunistiche di minore entità rispetto ad altri settori, è attualmente uno dei più colpiti, pur distinguendosi dalla gravità e dalla maggiore esposizione dei settori dell’agricoltura e dell’edilizia.

I fattori di rischio sono rappresentati da:
> movimenti ripetuti degli arti superiori;
> posture incongrue;
> microclima;
> ritmi;
> organizzazione del lavoro.

Diversi studi epidemiologici hanno evidenziato, negli addetti alle casse dei supermercati, una prevalenza di patologie muscolo-tendinee degli arti superiori maggiore rispetto a quella attesa nella popolazione generale, delineando la necessità di introdurre misure di prevenzione per il contenimento del rischio.

MISURE DI INTERVENTO E PREVENZIONE: LA RIPROGETTAZIONE DEL POSTO-CASSA
Da quando si sono diffusi gli ipermercati, spesso inseriti nell’ambito di grandi centri commerciali, l’attività dei cassieri è diventata sempre più specializzata e i ritmi di lavoro sempre più elevati. Le postazioni-cassa dei grandi supermercati sono state progettate per semplificare l’accesso dei clienti e per ridurre al minimo la permanenza nell’area antistante la cassa attraverso l’inserimento di tapis roulant per il trasporto della merce e di scanner per la registrazione dei codici a barre. Si è tenuto conto anche della manipolazione del denaro e della percezione di efficienza da parte del cliente, trascurando, spesso, i parametri ergonomici che garantirebbero al lavoratore un minore sforzo a carico del sistema muscolo-scheletrico.

Le misure di prevenzione per il contenimento del rischio dovrebbero essere considerate già in una fase di progettazione della postazione di lavoro (Prevention Through Design - PTD). Un recente studio ha preso in considerazione un nuovo prototipo di cassa (Avantgarde, Cefla Arredamenti Group, Imola), che, pur rispettando le indicazioni fornite dalla norma UNI EN ISO 14738:2009, introduce una innovazione, rappresentata da una ruota posizionata tra le aree di scarico dei prodotti, che facilita l’attività del cassiere il quale non necessariamente dovrà spingere manualmente i prodotti verso la zona di scarico.

Tale studio ha dimostrato che l’uso della ruota comporta una riduzione del sovraccarico biomeccanico degli arti superiori nei cassieri e riduce i tempi di esecuzione delle attività di cassa, comportando di conseguenza un incremento del tempo da dedicare alle pause.

L’esposizione al rischio per i movimenti ripetitivi degli arti superiori è stata valutata con la Check List OCRA (Occupational Ripetitive Action) e con l’OCRA Index, i cui valori individuano una fascia di rischio intrinseco alla postazione oggetto di studio. La Check List OCRA considera la ripetitività delle azioni, la forza, la postura incongrua, i periodi di recupero e fattori complementari specifici del lavoro esaminato. Il livello di rischio si distingue in: accettabile, molto lieve, lieve/medio, elevato.

La Check List OCRA, per questo prototipo di cassa, ha dimostrato un rischio minore quando la ruota è attiva rispetto al non utilizzo della stessa.
La riduzione del carico biomeccanico e il risparmio di tempo registrati grazie all’uso della ruota possono tramutarsi in un duplice beneficio economico per l’azienda: la riduzione dello sforzo comporterà un minor rischio di contrarre patologie da sovraccarico biomeccanico e, a sua volta, minori costi diretti e indiretti connessi alla malattia.
D’altro canto, la riduzione dei tempi di esecuzione dell’attività potrebbe incrementare il tempo delle pause, aumentando quindi il benessere psicofisico del lavoratore o aumentare la produttività dello stesso.

LA VALUTAZIONE ECONOMICA DELL’INTERVENTO DI PREVENZIONE
Gli interventi ergonomici, effettuati in azienda al fine di migliorare le condizioni di salute e sicurezza dei lavoratori, possono essere valutati sotto diversi punti di vista svolgendo valutazioni economiche che permettano di esplicitare costi e benefici conseguenti all’intervento. Le ripercussioni dell’intervento ergonomico si registreranno sul rendimento dell’azienda poiché:
> lavoratori più sani producono di più;
> meno malattie comportano meno assenze per malattia, costi inferiori e meno interruzioni del processo produttivo;
> apparecchiature e ambienti di lavoro ottimali comportano maggiore produttività, una qualità migliore e meno rischi per la salute e sicurezza dei lavoratori.

Impatto economico della prevenzione ergonomica nei supermercati

Scarica

Burnout e insegnanti

Pubblicato da Lilino Albanese | 14:00

Burnout e scuoleTra le categorie a rischio c’è quella degli insegnanti a causa della natura intrinseca della professione, che comporta una relazione prolungata e intensiva con gli alunni in primis, ma anche con le famiglie, i colleghi, il personale ATA ed il dirigente. Inoltre la scuola è anche una struttura organizzativa la cui complessità può ricadere sui docenti in termini di stress.

FATTORI DI RISCHIO
FATTORI PROTETTIVI
LE REAZIONI DI ADATTAMENTO
STRATEGIE PERSONALI E PROFESSIONALI
COMPITI DELL’ORGANIZZAZIONE SCOLASTICA

RIFERIMENTI NORMATIVI
 
Con il D.Lgs. 81/2008 "Attuazione dell’art. 1 della Legge 3 agosto 2007 n. 123 in materia di tutela della salute e della sicurezza nei luoghi di lavoro", il datore di lavoro ha l’obbligo esplicito di valutare tutti i rischi per la salute e la sicurezza dei lavoratori, compresi rischi "particolari" quali quelli inerenti allo stress lavoro-correlato (art. 28). Ciò è in linea con l’Accordo quadro europeo sullo stress lavoro-correlato dell’8 ottobre 2004, recepito come Accordo interconfederale nel giugno 2008 e inserito nel suddetto decreto.


Prodotto: Fact sheet
Edizioni Inail - edizione 2012

Decreto Legislativo 8 giugno 2001, n. 231
Il modello di organizzazione e gestione (o "modello ex d.lgs. n. 231/2001), ai sensi della legge italiana, indica un modello organizzativo adottato persona giuridica, o associazione priva di personalità giuridica, volto a prevenire la responsabilità penale degli enti.

Tale normativa, avente ad oggetto la “Disciplina della responsabilità amministrativa delle persone giuridiche, delle società e delle associazioni anche prive di personalità giuridica”, in vigore dal 4 luglio 2001, ha introdotto nell’ordinamento italiano, in conformità a quanto previsto anche a livello europeo, un nuovo regime di responsabilità denominata “da reato”, derivante dalla commissione o tentata commissione di determinate fattispecie di reato nell’interesse o a vantaggio degli enti stessi.
 
L’adozione di principi etici ai fini della prevenzione dei reati considerati nel D.Lgs. 231/2001 costituisce un elemento essenziale del sistema di controllo preventivo. Questi principi, che possono essere inseriti in un codice etico o di comportamento, sono molto importanti per la prevenzione dei problemi correlati alla responsabilità amministrativa per le aziende.

Inoltre un altro aspetto molto importante - riguardo al decreto 231, al codice etico e alla costruzione dei modelli di organizzazione, gestione e controllo – è costituito dalla previsione di un adeguato sistema sanzionatorio per la violazione delle norme del Codice etico, nonché delle procedure previste dal modello organizzativo.

Per parlare di questi due aspetti torniamo a soffermarci sulle linee guida di Confindustria dal titolo “Linee guida per la costruzione dei modelli di organizzazione, gestione e controllo. Ai sensi del Decreto Legislativo 8 giugno 2001, n. 231”.

I codici etici – indicano queste linee di indirizzo - sono “documenti ufficiali dell’ente che contengono l’insieme dei diritti, dei doveri e delle responsabilità dell’ente nei confronti dei “portatori d’interesse” (dipendenti, fornitori, clienti, Pubblica Amministrazione, azionisti, mercato finanziario, ecc.)”. E tali codici mirano a “raccomandare, promuovere o vietare determinati comportamenti, indipendentemente da quanto previsto a livello normativo, e possono prevedere sanzioni proporzionate alla gravità delle eventuali infrazioni commesse”.
In particolare il codice etico dovrebbe focalizzarsi sui “comportamenti rilevanti ai fini del decreto 231 e andrebbe distintamente formulato in relazione, da un lato, alla generalità delle fattispecie di reato doloso, dall’altro ai reati a tutela della salute e sicurezza sul lavoro e dell’ambiente”.
Nelle linee guida – che vi invitiamo a visionare integralmente - è proposta una struttura di codice che non è vincolante e può costituire una porzione di un più ampio codice etico eventualmente esistente. Questa struttura “è rappresentata da una serie di regole comportamentali cui i destinatari devono attenersi nei rapporti con diversi interlocutori, tra i quali un rilievo preminente spetta alla Pubblica Amministrazione sia italiana che straniera e ai pubblici dipendenti”. E in considerazione dell’estensione della responsabilità amministrativa prevista dal decreto 231 a numerose altre fattispecie di reato, “l’ente dovrebbe valutare, con riguardo ad ogni singola fattispecie di reato cui si applica il decreto 231, quale sia il rischio specifico di commettere quel determinato reato ed introdurre principi etici ad hoc”.

Riguardo al codice etico le linee guida si soffermano in particolare sui:
- contenuti minimi del Codice etico in relazione ai reati dolosi;
- contenuti minimi del Codice etico in relazione ai reati colposi.

Riguardo a questi ultimi si indica che l’impresa dovrebbe “esplicitare e rendere noti i principi e criteri fondamentali in base ai quali vengono prese le decisioni, di ogni tipo e ad ogni livello, in materia di salute e sicurezza sul lavoro”.
E in relazione alle attività a possibile impatto ambientale, “il Codice etico deve enunciare chiaramente l’impegno dei vertici aziendali a rispettare la legislazione in materia ambientale e ad attuare misure preventive per evitare o quantomeno minimizzare l’impatto ambientale. La condivisione di questi valori va estesa anche ad altri soggetti estranei alla compagine aziendale, legati all’impresa da rapporti negoziali, mediante clausole contrattuali specifiche”.

L’altro aspetto su cui ci soffermiamo, con riferimento al contenuto delle linee guida, è il sistema disciplinare e i meccanismi sanzionatori.

Si ricorda che un adeguato sistema sanzionatorio per la violazione delle norme del Codice etico, nonché delle procedure previste dal modello è un punto qualificante nella costruzione del modello di organizzazione, gestione e controllo. Infatti, per valersi dell’ efficacia esimente della responsabilità amministrativa, l’ente deve assicurarsi che il modello “sia adottato, ma anche efficacemente attuato”. E tale efficace attuazione esige anche l’adozione di un ‘sistema disciplinare idoneo a sanzionare il mancato rispetto delle misure indicate nel modello’, tanto nei confronti dei soggetti in posizione apicale, quanto verso i soggetti sottoposti all’altrui direzione.

E considerando la “centralità del sistema disciplinare ai fini dell’efficace funzionamento dei modelli organizzativi, è fondamentale tracciare le coordinate per la costruzione di un adeguato sistema disciplinare”.

Si ricorda , a questo proposito, che l’inosservanza delle misure previste dal modello organizzativo “deve attivare il meccanismo sanzionatorio previsto da quest’ultimo, a prescindere dall’eventuale instaurazione di un giudizio penale per il reato eventualmente commesso. Anzi, un modello potrà dirsi attuato in modo efficace solo quando azionerà l’apparato disciplinare per contrastare comportamenti prodromici al reato. Infatti, un sistema disciplinare volto a sanzionare comportamenti già di per sé costituenti reato finirebbe per duplicare inutilmente le sanzioni poste dall’ordinamento statale (pena per la persona fisica e sanzione ex decreto 231 per l’ente). Invece, ha senso prevedere un apparato disciplinare se questo opera come presidio interno all’impresa, che si aggiunge e previene l’applicazione di sanzioni ‘esterne’ da parte dello Stato”.

E se il sistema disciplinare ha una “funzione essenzialmente preventiva, è opportuno che esso contempli una pluralità di sanzioni, graduate in ragione della gravità delle violazioni accertate. Il modello dovrebbe, cioè, individuare nel dettaglio le misure disciplinari cui si espone chiunque non osservi le misure organizzative adottate, ricollegando a ciascuna violazione o gruppo di violazioni le sanzioni applicabili, in una prospettiva di gravita crescente. Le sanzioni dovrebbero spaziare da misure conservative, per le infrazioni piu tenui, a provvedimenti idonei a recidere il rapporto tra l’agente e l’ente, nel caso di violazioni più gravi”.

Dopo aver ricordato che secondo il consolidato orientamento della Corte costituzionale (sent. n. 220 del 1995), l’esercizio del potere disciplinare deve sempre conformarsi ai principi di proporzione (commisurare la sanzione irrogata all’entità dell’atto contestato) e contraddittorio (assicurare il coinvolgimento del soggetto interessato), le linee guida indicano che si possono anche prevedere, accanto alle sanzioni disciplinari, “meccanismi premiali riservati a quanti coopereranno al fine dell’efficace attuazione del modello, per esempio denunciando comportamenti individuali devianti”.
Ed è infine importante definire, all’interno del modello organizzativo adottato da ciascun ente, “quali siano le funzioni aziendali deputate a valutare e disporre i provvedimenti/contestazioni disciplinari per violazioni del Codice Etico e/o del Modello 231, nonché il ruolo dell’ Organismo di Vigilanza (consulenziale, propositivo) nel momento dell’eventuale applicazione della sanzione”.

Concludiamo questa breve presentazione segnalando che le linee guida forniscono ulteriori indicazioni relative al:
- sistema disciplinare rispetto ai sottoposti;
- sistema disciplinare relativo ai soggetti apicali;
- sistema disciplinare relativo ai terzi.

Ricordiamo, infine, che il sistema disciplinare deve anche distinguere la violazione posta in essere dal lavoratore autonomo da quella del lavoratore subordinato: “con riferimento ai lavoratori autonomi, connotati dalla mancata sottoposizione al potere disciplinare, si potrebbero prevedere clausole contrattuali che impongono loro il rispetto del modello e del codice etico e che ne sanzionino le violazioni, anche con la risoluzione del contratto nei casi più gravi”.

Decreto Legislativo 8 giugno 2001, n. 231
Scarica

Scarica Vademecum Carrelli Elevatori e AmiantoAccordo Formazione RSPP 2015 Bozza 2015
Scarica Bozza incontro del 13 marzo 2015 tra le regioni e i ministeri
Scarica Vademecum Carrelli Elevatori e AmiantoPiattaforma per l'eliminazione dell'asbesto e la cura degli ex esposti
Cgil, Cisl e Uil Campania lanciano la piattaforma per l'eliminazione dell'asbesto e la cura degli ex esposti
Scarica Vademecum Carrelli Elevatori e AmiantoReport morti sul lavoro nei primi 3 mesi del 2015
Osservatorio Indipendente di Bologna morti sul lavoro
Scarica Vademecum Carrelli Elevatori e AmiantoIl nesso di causalità nelle neoplasie di tipo probabilistico
Pubblichiamo in allegato il nuovo numero della newsletter medico-legale curata INCA CGIL.
Scarica Vademecum Carrelli Elevatori e AmiantoBurnout e insegnamento
Scheda INAIL Insegnanti Scuola Stress
Formazione RSPP 2015


Scarica accordo formazione, Burnout e insegnamento

Pubblicitàcorsi per aziende consulenti centri di formazione

Entro il 30 aprile 2015 le aziende grandi consumatrici di energia devono provvedere alla nomina del responsabile per la conservazione e l’uso razionale dell’energia.

Responsabile per la conservazione e l'uso razionale dell'energia.
Premessa
Il 30 aprile 2015 scade il termine per la nomina del Responsabile per la conservazione e l'uso razionale dell'energia. 

La nomina deve essere effettuata ogni anno sempre il 30 aprile.

La Circolare 18 dicembre 2014 introduce alcune novità relative alla nomina.

Il Responsabile per la conservazione e l'uso razionale dell'energia
Il Responsabile per la conservazione e l'uso responsabile dell'energia è una figura che supporta il decisore in merito al miglior utilizzo dell'energia nella struttura di competenza.
Nelle grandi strutture la figura del Responsabile appare equivalente a quella del soggetto responsabile del Sistema di Gestione dell'Energia come definito dalla norma ISO 50001.

Soggetti obbligati
Tutti i soggetti consumatori di energia pubblici e privati, persone fisiche e giuridiche, enti e associazioni operanti nel settore industriale, terziario, civile e dei trasporti sono obbligati a nominare il Responsabile se nel 2014 hanno consumato1 più di:
10.000 tep (tonnellate equivalenti di petrolio) nel settore industriale;
1.000 tep nel settore civile.
Tuttavia, anche i soggetti che consumano meno delle soglie sopra indicate possono nominare il Responsabile: la procedura è la stessa dai soggetti obbligati.

Chi deve effettuare la nomina
La nomina del responsabile per la conservazione e l’uso razionale dell’energia spetta al legale rappresentante del soggetto obbligato. La comunicazione può essere firmata anche da un altro soggetto, purché abilitato o delegato appositamente.
Si ricorda che per le organizzazioni private con un contratto di servizio energia la nomina deve essere comunque effettuata dall’organizzazione stessa, anche qualora il contratto di servizio energia affidi al fornitore (in genere una ESCO) il servizio di energy management. Ciò non toglie che il fornitore possa procedere a un’eventuale nomina di un responsabile locale associato all’ente locale o dall’organizzazione per fini suoi interni.

Come valutare i consumi
La valutazione dei consumi conseguiti deve tenere conto dell’energia consumata per la produzione di beni (semilavorati, manufatti, ecc.) o per la prestazione di servizi (trasporto di persone e di merci, illuminazione, climatizzazione, ecc.), indipendentemente dal fatto che vengano utilizzati in proprio o destinati a terzi.
La valutazione deve essere riferita ai consumi globali del soggetto e si ottiene cumulando quelli relativi alle diverse fonti (incluse quelle rinnovabili) e ai diversi usi per tutti i centri di consumo del soggetto stesso. Se ci sono più centri di consumo, non è obbligatorio ma potrebbe essere utile nominare un Responsabile per ogni centro.
I consumi sono riferiti all’energia primaria consumata espressa in tep; quindi, per ogni combustibile utilizzato si valuta l’equivalente energetico in tep2.
Diventa obbligatorio comunicare i consumi di energia, distinti per vettore energetico (elettricità, gas naturale, gasolio, GPL, fonti rinnovabili, etc.).

Come deve avvenire la comunicazione
Nel 2015 la modalità standard sarà l’invio della nomina tramite posta certificata aziendale. 
Si ribadisce che la nomina va inviata esclusivamente alla FIRE (Federazione Italiana per l'uso razionale dell'energia) all’indirizzo fireamministrazione@pec.it, non al MiSE o ad altri indirizzi, utilizzando questi moduli.
Nel corso del 2015 la FIRE svilupperà una piattaforma informatizzata di nomina che diventerà la modalità standard nel 2016.

Nomina del Responsabile e Titoli di Efficienza Energetica
I soggetti che hanno nominato il Responsabile per la conservazione e l'uso responsabile dell'energia possono accedere direttamente al meccanismo dei Titoli di Efficienza Energetica (TEE), sia se la nomina sia stata volontaria sia se la nomina sia stata effettuata perché il soggetto era obbligato,
L’eventuale invio ritardato può determinare la perdita degli eventuali TEE richiesti per tale anno. L’unica eccezione a tale regola riguarda la prima nomina dei soggetti che hanno effettuato la nomina volontariamente.

1. Per l'individuazione dei settori di appartenenza si fa riferimento al Codice ATECO e si classificano nel settore industriale i soggetti appartenenti alla sezione B, C, D, E ed F del Codice Ateco 2007. Per le attività ricomprese nelle altre sezioni vale la soglia dei 1.000 TEP.
2. Tabella 1 Circolare 18 dicembre 2014 "Contenuto energetico dei vari combustibili valevoli ai fini del calcolo del consumo energetico.

Fonte: Assolombarda

RSPP 2015

Pubblicato da Lilino Albanese | 23:37

RSPP 2015

RSPP 2015
Il Gruppo di Lavoro delle Regioni che da anni lavora alla revisione dell’Accordo del 26 gennaio 2006, ha terminato i propri lavori e, da un’intervista del suo coordinatore, abbiamo appreso quali sono i principali punti del documento che, ci avverte l’intervistato,  potrà/dovrà essere soggetto a modifiche nel corso dell’iter che lo attende per arrivare alla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale.

Il Servizio di Prevenzione e Protezione dai rischi (SPP) è l’insieme delle persone, sistemi e mezzi esterni o interni all’azienda finalizzati all’attività di prevenzione e protezione dai rischi professionali per i lavoratori.
Gli addetti (ASPP) e il responsabile (RSPP) del Servizio devono possedere le capacità e i requisiti professionali fissati nel D.L.gs. 81/2008 all’articolo 32, devono essere in numero sufficiente rispetto alle caratteristiche dell’azienda, disporre di mezzi e di tempo adeguati per lo svolgimento dei compiti loro assegnati e non possono subire pregiudizio a causa della attività svolta nell’espletamento del proprio incarico.

Le novità più importanti riguarderebbero la formazione di RSPP e ASPP sarebbe previsto un percorso unico, scollegato dalle fasce di rischio e diviso in tre moduli:
  • Modulo A (il corso base di 28 ore),
  • Modulo B (relativo alla natura dei rischi e di 48 ore per tutti più un integrazione di 4 moduli di specializzazione: Agricoltura-Pesca; Cave-Costruzioni; Sanità residenziale; Chimico-Petrolchimico),
  • Modulo C (per le funzioni di RSPP di 24 ore).
Altri aspetti importanti sono la proposta di estensione della modalità e-learning e il tentativo di realizzare, in ambito formativo, una nuova classificazione a due livelli, rischi bassi e non bassi.
In merito al primo, se questa proposta diventasse operativa, l’utilizzo della modalità e-learning sarebbe possibile ad esempio per il modulo A del corso RSPP, per il modulo giuridico dei coordinatori di cantiere e, ancor più importante, per la formazione specifica dei lavoratori in aziende a rischio basso.
I punti trattati nel documento sarebbero :
  • Chi vuole svolgere queste funzioni deve avere delle particolari qualità professionali
  • Compiti del servizio di prevenzione e protezione
  • La revisione
  • Soggetti formatori
  • Enti bilaterali
  • I corsi di formazione
  • Il modulo a
  • Il modulo b
  • Il modulo c
  • Valutazione degli apprendimenti
  • Verbali d’esame
  • Riconoscimento formazione pregressa
  • Attestati di frequenza
  • Individuazione delle macrocategorie di rischio
  • La formazione in e-learning

Un interpello interviene sul numero massimo di partecipanti ai corsi di aggiornamento di cui al decreto interministeriale 4 marzo 2013 relativo alla segnaletica stradale destinata alle attività lavorative che si svolgono in presenza di traffico veicolare.

Corso segnaletica stradale
L’ANCE chiede se il numero massimo di partecipanti ai corsi di aggiornamento di cui al punto 10 dell'allegato II del summenzionato decreto, anche nel caso dell'ora che tratta di contenuti tecnica pratici, è pari a 25.

E la risposta della Commissione è arrivata con l’Interpello n. 15/2014 dell’11 luglio 2014.

Viene premesso che il D.I. del 4 marzo 2013 – ai sensi dall'articolo 161, comma 2-bis, del D.Lgs. 81/2008 – all’art. 3 prevede l'obbligo per il datore di lavoro di assicurare che "ciascun lavoratore riceva una informazione, formazione e addestramento specifici relativamente alle procedure di cui all'articolo 2".

Articolo 3
Informazione e formazione
1. I datori di lavoro del gestore delle infrastrutture e delle imprese esecutrici e affidatarie, ferme restando le previsioni del d.lgs. n. 81/2008, assicurano che ciascun lavoratore riceva una informazione, formazione e addestramento specifici relativamente alle procedure di cui all’articolo 2.
2. La durata, i contenuti minimi e le modalità della formazione di cui al comma 1 sono individuati nell’allegato II.

Come indicato nel riquadro, l'art. 3 prevede inoltre che i corsi di formazione siano effettuati in conformità a quanto previsto dall'allegato II del medesimo decreto, allegato che permette di stabilire durata, contenuti minimi, requisiti dei docenti e modalità di erogazione della formazione.

In particolare il punto 5 dell'allegato II del D.I. del 4 marzo 2013 “prevede che il numero massimo dei partecipanti per ogni corso sia di 25 unità, mentre per le attività addestrative pratiche il rapporto istruttore/allievi non deve essere superiore al rapporto di 1 a 6 (almeno 1 docente ogni 6 allievi)”.

Vediamo il dettaglio del punto 5 dell’allegato II:

Organizzazione dei corsi di formazione
In ordine all’organizzazione dei corsi di formazione, occorre garantire:

a) l’individuazione di un responsabile del progetto formativo;
b) la tenuta del registro di presenza dei partecipanti da parte del soggetto che realizza il corso;
c) un numero dei partecipanti per ogni corso massimo di 25 unità;
d) per le attività addestrative pratiche il rapporto istruttore/allievi non deve essere superiore al rapporto di 1 a 6 (almeno 1 docente ogni 6 allievi);
e) che sia ammesso un numero di assenze massimo pari al 10% del monte orario complessivo.

Tutto ciò premesso la Commissione sottolinea che il suddetto principio - relativo al numero di partecipanti e al rapporto istruttore/allievi per le attività addestrative pratiche - “vale sia per i corsi di formazione che per i corsi di aggiornamento previsti dal punto 10 dell'allegato II del decreto in parola”.

Modulo di aggiornamento
L’aggiornamento della formazione dei lavoratori di cui al punto 2 va garantito, alle condizioni di cui al presente allegato, ogni quattro anni per mezzo di un corso teorico-pratico di durata minima di 3 ore, di cui 1 ora di contenuti tecnico-pratici, in caso di modifiche delle norme tecniche.

I soggetti tenuti allo svolgimento dei corsi di cui al presente allegato che alla data di entrata in vigore del presente regolamento operano già nel settore da almeno 12 mesi, sono esonerati dal corso di formazione di cui al punto 5, essendo tenuti ad effettuare il corso di aggiornamento entro 24 mesi (20 aprile 2015) dall’entrata in vigore del presente decreto. 

La Commissione ritiene infine che “il contenuto tecnico-pratico previsto nel corso di aggiornamento, della durata di un'ora, qualora non si concretizzi in attività svolte direttamente dal discente e relative alle procedure di revisione, integrazione e apposizione della segnaletica stradale, non sia da ritenersi ‘attività addestrative pratiche’. In tali casi non opera il vincolo del rapporto di 1 a 6”.

Carrelli Elevatori, SEMPLIFICAZIONI, POS, PREPOSTI
Newsletter

Scarica Vademecum Carrelli Elevatori e AmiantoScarica Vademecum Carrelli Elevatori e Amianto
Pubblicazioni nuove e rielaborate di SuvaPro
 Scarica Vademecum Carrelli Elevatori e AmiantoWhatsApp, le chiamate vocali attive per tutti gli utenti
È sufficiente installare la versione 2.12.19 dell’app, dopodiché dovrebbe comparire in alto una tab apposita, Chiamate, di fianco a Chat e Contatti.
Forum Internazionale della Sicurezza Forum Internazionale della Sicurezza 
Si svolgerà a Torino dal 28 al 30 aprile 2015
Terre e rocce da scavoTerre e rocce da scavo Circolare del Ministero 
Ministero dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare – Direzione generale per le valutazioni ambientali, chiarimenti nota prot. 0014640 del 16 maggio 2014
SEMPLIFICAZIONI, POS E PREPOSTI SEMPLIFICAZIONI, POS E PREPOSTI 
Semplificare pare essere ormai l'imperativo, documento Muglia La Furia
Lavoro intermittenteLavoro intermittente, attività di soccorso e recupero nel settore degli ambienti sospetti di inquinamento o confinati 
INTERPELLO N. 6 2015
Prevenzione Incendi Nuova regola tecnica strutture sanitarie, Prevenzione Incendi 
Sulla Gazzetta ufficiale n. 70 del 25 marzo 2015 è stato pubblicato il Decreto del Ministero dell'Interno
Novità accordo RSPP, Scadenza comunicazione Allegato 3B, Documenti INAILScadenza comunicazione informazioni, di cui all’allegato 3B 
Scade il 31 marzo 2015, il termine ultimo per la trasmissione da parte del medico competente, delle informazioni, di cui all’allegato 3B dei dati aggregati, sanitari e di rischio dei lavoratori sottoposti a sorveglianza sanitari nell’anno 2014.
formazione RSPP Nuovo accordo formazione RSPP 
Licenziato il testo della bozza di accordo che dovrebbe sostituire quello del 26 gennaio 2006. Da un’intervista del  coordinatore del Gruppo tecnico delle regioni, abbiamo appreso quali sono i principali punti del documento. Muglia La Furia


Semplificazioni POS e Preposti, Forum Sicurezza, Prevenzioni Incendi

montaggio e smontaggio di scaffalature metalliche
L’ interpello n. 16/2013 che indica come l'attività di montaggio e smontaggio di scaffalature metalliche possa determinare l’applicazione del Titolo IV del D.Lgs. 81/2008 in relazione alla tipologia delle scaffalature ed al contesto nel quale devono essere montate.

Infatti si possono avere riguardo alle scaffalature metalliche una “moltitudine di tipologie significativamente differenti”. Ad esempio si possono avere:

- “scaffalature leggere (scaffalature da negozio o commerciali, scaffalature da archivio, scaffalature da magazzino);
- scaffalature medie e pesanti (cantilever, drive in, drive trough, portapallet); - scaffalature molto pesanti (magazzini portacoils, portalamiere con portata per piano - ogni livello di ciascuna luce - da 5t a 20t);
- magazzini dinamici a gravità (magazzini dinamici pesanti con rulli in acciaio per pallet, magazzini dinamici leggeri con rulli in materiale plastico per scatole, contenitori ecc.);
- magazzini ed archivi automatizzati (magazzini per capi appesi o stesi, magazzini o archivi rotanti verticali, magazzini o archivi rotanti orizzontali, magazzini traslanti verticali, magazzini con trasloelevatore);
- archivi e magazzini mobili o compattabili (compattabili leggeri, compattabili pesanti); - scaffalature autoportanti (veri e proprio edifici che sorreggono il tetto di copertura dell'edificio);
- scaffalature leggere con passerelle multipiano (dotate di passerelle utilizzate per il passaggio di lavoratori)”.

La Commissione Interpelli ritiene “che le scaffalature metalliche non siano attrezzature di lavoro, come definite dall'art. 69, comma 1, lett. a), del D.Lgs. n. 81/2008, salvo i casi in cui le stesse rientrino nella definizione di macchine ai sensi del D.Lgs. n. 17/2010”, invero diversamente da quanto affermato da una precedente parere del Ministero del Lavoro del 1995.

Il piano di emergenza

Pubblicato da Lilino Albanese | 23:30

Il piano di emergenza
Il Decreto Legislativo 81/08 e s.m.i. tra le misure generali di tutela della salute e della sicurezza dei lavoratori nei luoghi di lavoro individua anche “le misure di emergenza da attuare in caso di primo soccorso, di lotta antincendio, di evacuazione dei lavoratori e di pericolo grave e immediato” (art.15 comma 1 lettera u).

Il Decreto continua stabilendo che il datore di lavoro e i dirigenti devono “designare preventivamente i lavoratori incaricati dell’attuazione delle misure di prevenzione incendi e lotta antincendio, di evacuazione dei luoghi di lavoro in caso di pericolo grave ed immediato, di salvataggio, di primo soccorso e, comunque, di gestione delle emergenze” (art. 18 comma 1 lettera b).

Sulla base delle prescrizioni sopra citate e all’esito della valutazione del rischio d’incendio, il datore di lavoro adotta le necessarie misure organizzative e gestionali da attuare in caso di incendio riportandole in un piano di emergenza elaborato in conformità ai criteri dell’allegato VIII del D.M. 10/03/98.

Il Piano di Emergenza è quindi uno strumento operativo mediante il quale vengono studiate e pianificate le operazioni da compiere per una corretta gestione degli incidenti, siano essi incendi, infortuni, fughe di gas, fuoriuscite di sostanze pericolose o qualsiasi altro evento calamitoso che determina la necessità di abbandonare la struttura (es. terremoti, inondazioni ecc..), al fine di consentire un esodo ordinato e sicuro a tutti gli occupanti di un edificio.

Il piano di Emergenza tende a perseguire i seguenti obbiettivi:

prevenire o limitare pericoli alle persone;
coordinare gli interventi del personale a tutti i livelli, in modo che siano ben definiti tutti i comportamenti e le azioni che ogni persona presente nell’Azienda deve mettere in atto per salvaguardare la propria incolumità e, se possibile, per limitare i danni ai beni e alla struttura dell’edificio;
intervenire, dove necessario, con un pronto soccorso sanitario;
individuare tutte le emergenze che possano coinvolgere l’attività, la vita e la funzionalità dell’impianto;
definire esattamente i compiti da assegnare al personale che opera all’interno dell’Azienda, durante la fase emergenza.

Se l’identificazione dei pericoli presenti nel luogo di lavoro è stata effettuata correttamente, il documento di valutazione dei rischipermetterà di determinare gli eventi incidentali sulla base degli ambienti, dei materiali e delle attività lavorative a rischio di incendio presi in esame nel documento stesso. Il datore di lavoro dovrà quindi prefigurare gli scenari emergenziali e valutarli considerando gli aspetti particolari che caratterizzano quel luogo di lavoro”.

Ad esempio tra i principali vanno considerate “le caratteristiche tipologiche e distributive dei luoghi interessati dall’evento ipotizzato che, nella gestione emergenziale, sono direttamente collegabili all’evacuazione dell’edificio e al contenimento dell’incendio. Gli effetti indotti dalle caratteristiche tipiche del luogo di lavoro e del sito sono, ad esempio, quelle relative alla geometria: altezza, numero di piani fuori terra, aperture e il layout interno. Queste caratteristiche influiscono sulla possibilità che i Vigili del Fuoco riescano a raggiungere l’ambiente in cui si è sviluppato l’incendio, sia per l’idoneità degli automezzi, come l’altezza di sviluppo dell’autoscala, sia per l’utilizzo dei dispositivi di protezione individuale”.

Inoltre anche il sito nel quale è ubicato il luogo di lavoro “influenza il piano di emergenza: trovarsi in un centro urbano piuttosto che in un’area industriale o in campagna riflette una condizione di viabilità e accesso dei mezzi di soccorso molto differente”.

In ogni caso per ogni scenario emergenziale previsto “dovrà essere pianificato Il sistema di risposta all’emergenza”, individuando “una sequenza di azioni che riguarderà l’allarme, l’evacuazione, i punti di raccolta, l’attivazione degli addetti e il supporto alle squadre VF. Il datore di lavoro, dovrà quindi valutare per ogni scenario previsto nel piano, quale sia il numero dei lavoratori da destinare alla gestione dell’emergenza. Per attuare efficacemente le indicazioni del piano saranno, identificate, individualmente e con chiarezza, le persone alle quali affidare i diversi ruoli delle procedure pianificate”.

Il piano di emergenza

Dovranno poi essere “individuate le persone che potrebbero essere presenti durante l’evento incendio. Questa caratteristica si riflette, durante l’emergenza, sulla capacità di riconoscere i pericoli e la disposizione degli ambienti e sulla prontezza nel mettere in atto comportamenti predefiniti”.

Chiaramente la redazione del piano di emergenza deve tenere conto del tipo di attività e delle dimensioni del luogo di lavoro. Ad esempio:

- “per i luoghi di lavoro di piccole dimensioni il piano può limitarsi a degli avvisi scritti contenenti norme comportamentali;
- per luoghi di lavoro, ubicati nello stesso edificio e ciascuno facente capo a datori di lavoro, il piano deve essere elaborato in collaborazione tra i vari datori di lavoro”.
E per i luoghi di lavoro di grandi dimensioni, o complessi, “il piano deve includere anche una planimetria nella quale riportare:
- le caratteristiche distributive del luogo, con particolare riferimento alla destinazione delle varie aree, alle vie di esodo ed alla compartimentazioni antincendio;
- il tipo, numero ed ubicazione delle attrezzature ed impianti di estinzione;
- l’ubicazione degli allarmi e della centrale di controllo;
- l’ubicazione dell’interruttore generale dell’alimentazione elettrica, delle valvole di intercettazione delle adduzioni idriche, del gas e di altri fluidi combustibili”.
Ricordiamo che, secondo quanto indicato all’articolo 5 comma 2 del DM 10 marzo 1998: ad eccezione delle aziende di cui all’art. 3, comma 2 del decreto (cioè per le attività soggette a controllo da parte dei Comandi provinciali dei vigili del fuoco) per i luoghi di lavoro ove sono occupati meno di 10 dipendenti, il datore di lavoro non è tenuto alla redazione del piano di emergenza, ferma restando l’adozione delle necessarie misure organizzative e gestionali da attuare in caso d’incendio.

Questi possono essere in sintesi i contenuti del piano:
- “azioni, che i lavoratori devono mettere in atto in caso di incendio;
- procedure per l’evacuazione del luogo di lavoro, che devono essere attuate dai lavoratori e dalle altre persone presenti;
- disposizioni per chiedere l’intervento dei vigili del fuoco e per fornire le necessarie informazioni al loro arrivo;
- misure per assistere le persone disabili”.

Il documento riporta anche in particolare alcune indicazioni procedurali e comportamentali da riportare per iscritto nel piano:
- “doveri del personale di servizio incaricato di svolgere specifiche mansioni con riferimento alla sicurezza antincendio, quali per esempio: telefonisti, custodi, capi reparto, addetti alla manutenzione, personale di sorveglianza;
- doveri del personale cui sono affidate particolari responsabilità in caso di incendio;
- provvedimenti necessari per assicurare che tutto il personale sia informato sulle procedure da attuare;
- specifiche misure da porre in atto nei confronti dei lavoratori esposti a rischi particolari;
- specifiche misure per le aree ad elevato rischio di incendio;
- le procedure per la chiamata dei Vigili del Fuoco, per informarli al loro arrivo e per fornire la necessaria assistenza durante l’intervento”.

Veniamo infine alle criticità.

Il documento ricorda infatti che nella redazione di un piano di emergenza “sarà opportuno analizzare alcune criticità che potranno intervenire durante l’incendio e che influiscono largamente sulla funzionalità del piano stesso”.
Vengono presentati tre esempi di criticità:
- “un primo aspetto che va valutato riguarda l’impatto psicologico legato all’evento che si sta verificando. L’emergenza è una condizione improvvisa di pericolo al quale l’individuo deve rispondere prontamente, attivando una serie di competenze tecniche e mentali. Quindi, la risposta individuale, oltre ad essere immediata, dovrà garantire l’attuazione di azioni corrette, senza panico. Per questo è essenziale conoscere il piano di emergenza e gli scenari in esso rappresentati, imparando a modificare il comportamento per rispondere al meglio durante l’evento emergenziale”;
- un secondo aspetto da considerare “riguarda i prodotti della combustione (fumo, calore, fiamma e gas). La loro formazione renderà difficoltoso attuare le azioni previste nel piano di emergenza, soprattutto relativamente ai tempi necessari per compierle che saranno maggiori rispetto a quelli ordinariamente necessari. Quest’aspetto influisce anche sulla struttura distributiva del luogo di lavoro, in particolare, sui percorsi e le uscite di sicurezza la cui insufficiente segnalazione e la distribuzione, generalmente casuale, non ne consentono la rapida individuazione in condizioni di scarsa visibilità”. Il documento ricorda che in tali scenari sembra accertato “che istintivamente la ricerca della via di fuga sia orientata a ripercorrere al contrario il tragitto compiuto dall’ingresso al punto in cui ci si trova, rendendo del tutto inefficace il percorso di vie di esodo preventivamente stabilito nel piano”;
- un terzo aspetto di fondamentale importanza nella redazione del piano di emergenza “riguarda la previsione di azioni finalizzate all’assistenza alle persone disabili. Ciò a maggior ragione nei luoghi affollati, o lontani dalle uscite di sicurezza oppure ai piani alti. Quindi, le misure gestionali pianificate dovranno garantire: adeguatezza di persone o squadre di affiancamento dei disabili; distinzione delle esigenze di assistenza (non vedenti, disabili motori, ecc.); formazione degli addetti alla sicurezza; dotazione di attrezzature ed ausili per l’esodo (ad es. sedia a ruote ecc.); individuazione di un punto di raccolta sicuro per il disabile”.

Il piano di emergenza deve diventare uno “strumento conosciuto e condiviso”. In questo senso il datore di lavoro deve fornire ai lavoratori un’adeguata informazione e formazione su: “rischi di incendio legati all’attività svolta; rischi di incendio legati alle mansioni; misure di prevenzione e protezione adottate nel luogo di lavoro; ubicazione vie di uscita; procedure da adottare in caso di incendio; nominativi lavoratori incaricati di applicare le misure di sicurezza; nominativo responsabile dell’attività”.