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formatore salute e sicurezza sul lavoro

Pubblicato da Lilino Albanese | 02:30

formatore salute e sicurezza sul lavoro
L’ingegnere che svolga professionalmente la propria attività in materia di salute e sicurezza sul lavoro, potrà assumere l’incarico i docente nei corsi di formazione a condizione che documenti il possesso dei criteri di cui al decreto 6 marzo 2013, per ciascuna tematica per la quale voglia svolgere attività di docenza. E’ quanto risponde il Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali con interpello n. 2 del 25 giugno 2015, all’istanza presentata dall’Ordine degli Ingegneri. 

L’ingegnere che svolga professionalmente la propria attività in materia di salute e sicurezza sul lavoro, potrà assumere l’incarico i docente nei corsi di formazione per datore di lavoro che svolga i compiti di responsabile del servizio di prevenzione e protezione, lavoratori, dirigenti, preposti, a condizione che documenti il possesso dei criteri di cui al decreto 6 marzo 2013, per ciascuna tematica per la quale voglia svolgere attività di docenza.
 
E’ quanto risponde il Ministero del Lavoro al Consiglio Nazionale degli ingegneri con interpello n. 2/2015.
 
Nell’istanza avanzata si è richiesto appunto, il parere in merito alla identificazione dei requisiti che devono essere posseduti dai docenti nei corsi di formazione in materia di salute e sicurezza sul lavoro. La risposta è da ricercare nel decreto interministeriale 6 marzo 2013 in vigore dal 18 marzo 2014 che individua i requisiti richiesti e la cui dimostrazione è a carico del docente.
 
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Maurizio Sacconi chiede Semplificazioni più coraggiose per sicurezza lavoro

Secondo il relatore, Maurizio Sacconi, “gli ampi criteri di delega consentono al legislatore delegato ben più consistenti margini di intervento ai fini di semplificazione e di razionalizzazione in una delle materie più segnate dalla complessità della regolazione”

Morti Bianche Flavio Insinna che recita in studio accompagnato dai musicisti


I caduti del lavoro sono le persone decedute a causa di incidenti occorsi durante e per causa del lavoro svolto. Tale locuzione è frequentemente in uso anche nelle strade e nelle piazze d'Italia ad essi dedicate.

Il fenomeno è anche indicato come morti bianche, dove «l'uso dell'aggettivo "bianco" allude all'assenza di una mano direttamente responsabile dell'incidente».

In senso critico, a partire dagli anni sessanta, è anche utilizzata la locuzione omicidi del lavoro, per rimarcare le responsabilità dei sistemi di produzione delle economie industrializzate e la scarsa attenzione alla sicurezza sul lavoro del sistema industriale, in particolare siderurgico e agricolo.

Il numero di morti sul lavoro in Italia costantemente diminuito dagli anni sessanta. Tra il 2008 e il 2011, gli infortuni mortali nell'Unione europea (27 paesi) sono diminuiti da 2,4 a 1,5 casi ogni 100.000 lavoratori, la stessa diminuzione è riscontrabile per l'Italia.

atmosfere esplosive

Pubblicato da Lilino Albanese | 02:30

atmosfere esplosiveArtt. 289 e 290 del D.Lgs. 81/08: come evitare l'accensione di atmosfere esplosive ed attenuare gli effetti pregiudizievoli di un'esplosione garantendo la salute e la sicurezza dei lavoratori?

Diverse sono le attività industriali in cui vi sono pericoli di esplosioni dovute a polveri combustibili; tra queste ricordiamo il settore alimentare, il settore chimico, metallurgico, della lavorazione del legno e, da non trascurare, le attività di recupero e riciclaggio dei rifiuti per la presenza di polveri di carta, sostanze alimentari e di materiali sintetici.
Le reazioni polveri-aria sono influenzate da numerosi parametri, a volte dipendenti tra loro, tra i quali la distribuzione granulometrica delle particelle e loro forma, il grado di sospensione, la turbolenza, il grado di umidità, la temperatura, ecc.; a maggior ragione se le polveri sono di diversa natura, come ad esempio potrebbe avvenire nei processi di recupero e riciclaggio dei rifiuti data l’eterogeneità degli stessi. Pertanto la prevenzione contro la formazione di miscele potenzialmente esplosive, come anche la valutazione dell’energia minima di innesco, risulta spesso impraticabile. Ne consegue che a misure di protezione su taluni apparati di impianti, tramite dispositivi di soppressione e/o o di sfogo dell’esplosione, dovrebbero, sulla base della valutazione del rischio, essere abbinati sistemi di confinamento sulle tubazioni che isolino la parte interessata dal resto dell’impianto.
La presente memoria vuole da un lato far luce su una problematica insita negli impianti industriali in cui le polveri sono un prodotto finale, intermedio, di risulta, oppure un prodotto indesiderato; dall’altro, rappresentare quelle che sono le attuali tecnologie di isolamento delle esplosioni.

Ai sensi degli artt. 289 e 290 del D.Lgs. 81/08, il datore di lavoro deve evitare l'accensione di atmosfere esplosive ed attenuare gli effetti pregiudizievoli di un'esplosione in modo da garantire la salute e la sicurezza dei lavoratori. A tal fine il datore di lavoro deve valutare i rischi specifici derivanti da atmosfere esplosive, tenendo conto della probabilità e durata della presenza di atmosfere esplosive, della probabilità che le fonti di accensione siano presenti e divengano efficaci, ed infine delle caratteristiche dell'impianto, sostanze utilizzate, processi e loro possibili interazioni.
La complessità dei meccanismi che regolano le esplosioni di polveri e la svariata tipologia di dispositivi d’isolamento che la tecnologia mette oggi a disposizione, porta a concludere che quando le condizioni di esercizio di polveri ( soprattutto quelle di risulta o indesiderate di un processo industriale )sono suscettibili ad esplosioni interne dovute alla combustione improvvisa, al fine di progettare al meglio il sistema di protezione ci deve essere un’approfondita e proficua collaborazione/scambio di informazioni tra progettista - utilizzatore finale dell’impianto – fabbricanti dei materiali e fabbricanti dei dispositivi di isolamento di cui si è parlato.

collaborazione organismi pariteticiLa nota del Ministero del lavoro dell’8 Giugno 2015 costituisce l’occasione per alcune brevi considerazioni, sul tema della “collaborazione” (che l’articolo 37, comma 12, del D.lgs. n. 81/2008 impone al datore di lavoro) degli organismi paritetici alla formazione obbligatoria di lavoratori e rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza.
Particolare importanza è attribuita dal “testo unico” di salute e sicurezza sul lavoro al ruolo degli organismi paritetici, quale definito dall’articolo 51 del d.lgs. n. 81/2008. Va, tuttavia, chiarito al riguardo che il “testo unico” di salute e sicurezza sul lavoro promuove il ruolo di tali organismi a condizioni precise e, in particolare, a condizione che essi siano costituiti nell’ambito di “associazioni dei datori di lavoro e dei prestatori di lavoro comparativamente più rappresentative sul piano nazionale” (articolo 2, comma 1, lettera ee), d.lgs. n. 81/2008) e che operino nel settore e nel territorio di competenza (articolo 37, comma 12, del “testo unico” di salute e sicurezza sul lavoro).

Ne discende che il datore di lavoro che richieda - come l’articolo 37, comma 12, del d.lgs. n. 81/2008 gli impone - la “collaborazione” di tali organismi per l’effettuazione delle attività di formazione è tenuto a verificare che i soggetti che propongono la propria opera a sostegno dell’impresa posseggano tali caratteristiche.


Tale attività è stata inserita nel “testo unico” con l’intenzione di aiutare le aziende valorizzando il ruolo della bilateralità, chiamata a supportare le aziende nella corretta attuazione delle disposizioni in materia di salute e sicurezza e, in particolare, con riferimento alla importantissima formazione dei lavoratori per permettere ai medesimi di lavorare “in sicurezza”. A distanza di diversi anni dalla introduzione dell’obbligo di collaborazione degli organismi paritetici alla formazione di lavoratori e RLS appare chiaro che le buone intenzioni della norma si sono tradotte in un effetto largamente deludente quando non addirittura controproducente. Infatti, la previsione è stata utilizzata da organismi paritetici non corrispondenti alla definizione di legge (che richiama la necessità che gli organismi paritetici siano espressione di organizzazioni datoriali da un lato e sindacali dall’altro “comparativamente più rappresentative sul piano nazionale”) per approfittare della scarsa attenzione delle aziende e della esistenza di una normativa obiettivamente non chiara sul punto e formulare alle aziende richieste disparate e strumentali alla evidente ricerca di profitti economici.

Per questa ragione, prima gli accordi del 21 dicembre 2011 e del 25 luglio 2012 e poi le circolari del Ministero del lavoro del 2011 e del 2013, sono ripetutamente intervenuti sull’argomento per puntualizzare, tra l’altro che:
- La richiesta di collaborazione serve come ausilio ad una efficace formazione e non può tradursi in una sorta di complicazione o, peggio, “tassa” per l’azienda;
- La richiesta di collaborazione va avanzata all’organismo paritetico del settore e del territorio in cui l’azienda opera, in quanto presumibilmente soggetto in grado di supportare l’azienda per una formazione davvero utile in termini prevenzionistici;
- La risposta dell’organismo paritetico non è mai vincolante per il datore di lavoro costituendo un importante “consiglio” e nulla di più;
- La eventuale proposta contrattuale dell’organismo paritetico in ordine allo svolgimento da parte dell’organismo stesso della formazione non è mai vincolante;
- La correttezza ed efficacia della formazione dei lavoratori e dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza non dipende dalla collaborazione con l’organismo paritetico ma da fattori ben più sostanziali quali la coerenza del percorso formativo con la valutazione dei rischi, la durata della formazione, la qualità del docente, la verifica finale di apprendimento ect.

In estrema sintesi, si è stati costretti a sottolineare pubblicamente come l’elemento della collaborazione non sia un adempimento burocratico, quanto una opportunità per il datore di lavoro, diretta a permettere che la formazione dei lavoratori sia progettata e realizzata al meglio in termini di cambiamento della condotta dei discenti. In un tale contesto l’assenza della previa richiesta di collaborazione per la formazione dei lavoratori e dei rappresentanti dei lavoratori per la sicurezza è elemento sostanzialmente non così essenziale in termini prevenzionistici, qualora il corso erogato sia stato rispettoso delle previsioni di legge quanto a contenuti e durata e abbia avuto un effetto positivo in termini di cambiamento comportamentale dei partecipanti; di converso, il corso di formazione che sia stato progettato ed erogato previa richiesta di collaborazione con gli organismi paritetici ma con contenuti e durata sostanzialmente carenti non potrà che essere un rilevante problema in termini prevenzionistici determinando, in caso di infortunio e relativa inchiesta giudiziale, una possibile condanna del datore di lavoro e del dirigente (a nulla rilevando, in tal caso, la previa richiesta di collaborazione con l’organismo paritetico).

Come confermato dalla nota in commento – che ribadisce chiaramente come gli ispettori siano chiamati a sanzionare la violazione del precetto di cui all’articolo 37, comma 1, del D.lgs. n. 81/2008 per formazione di contenuti e/o durata insufficienti per i lavoratori – la collaborazione con gli organismi è un obbligo “ausiliario” a quello formativo, nel senso che è diretto a garantire, attraverso il coinvolgimento di strutture (che dovrebbero essere) “esperte”, una migliore progettazione e realizzazione delle attività di training relative alla salute e sicurezza sul lavoro. Non stupisce, quindi, che la mancata collaborazione con gli organismi paritetici non possa essere oggetto, come la nota correttamente sottolinea, di nessun tipo di sanzione da parte degli organi di vigilanza, chiamati ad essere attenti ed inflessibili su altri e ben più pregnanti elementi, innanzitutto identificati nei contenuti della formazione.

collaborazione degli organismi paritetici

collaborazione degli organismi pariteticiScarica Nota ministero 

Gli organismi paritetici sono enti territoriali o nazionali, che nascono su iniziativa di associazioni di datori di lavoro o sindacati, appartetenti allo stesso settore lavorativo. Nascno per essere punto di riferimento per datori e lavoratori su diversi temi, tra cui primo fra tutti la sicurezza sul lavoro e la prevenzione dei rischi.
Compito di un organismo paritetico ed ente bilaterale nazionale è la diffusione della formazione sulla sicurezza sul lavoro, l'individuazione di soluzioni tecniche e organizzarive per migliorare le situazioni esistenti e la diffusione di buone pratiche per la diminuzione dei rischi nei luoghi di lavoro. Fra i compiti che possono portare a termine, qualora abbiano le dovute autorizzazioni, ci sono sopralluoghi e il rilascio di attestati per la buona gestione della prevenzione dei rischi in azienda (che gli organi di vigilanza tengono in considerazione).
Gli organismi paritetici sono tenuti a notificare alle aziende prive di RLS, i nominativi degli RLST presenti nell'area territoriale e devono organizzare attività formative, obbligatorie e non, rivolte a lavoratori e datori di lavoro. Gli organismi paritetici sono il primo riferimento in caso di controversie riguardanti i diritti di rappresentanza, informazione e la formazione sulla sicurezza sul lavoro.

Ergonomia della Postura

Pubblicato da Lilino Albanese | 20:48

Ergonomia della Postura
Dopo diversi anni di lavoro del Comitato Tecnico ISO/TC 159/SC 3 (Anthropometry and biomechanics) e con il supporto di Enrico Occhipinti e di Daniela Colombini (Unità di Ricerca Ergonomia della Postura e del Movimento di Milano – EPM), il primo aprile 2014 è stato pubblicato il Tecnical Report ISO/TR 12295:2014 Ergonomics — Application document for International Standards on manual handling (ISO 11228-1, ISO 11228-2 and ISO 11228-3) and evaluation of static working postures (ISO 11226).
Rapporto Tecnico che è da considerarsi un manuale per guidare gli utenti degli standard internazionali della serie ISO 11228 1-2-3 nella la valutazione del rischio da  movimenti ripetitivi, da movimentazione dei carichi e da traino e spinta, a cui si aggiunge un’analisi della ISO 11226 che si occupa di posture di lavoro statiche. In particolare il TR aiuta il Tecnico Valutatore a decidere quali norme applicare e come applicarle.

Innanzitutto aiutare tutti gli utenti:
- a identificare le situazioni in cui si possono applicare le norme della serie ISO11226, ISO11228;
- fornire un metodo “rapido di valutazione” (“quick assessment”) per riconoscere facilmente le attività che sono “certamente accettabili” o ”certamente critiche”. E se un’attività è  “inaccettabile” è necessario eseguire una dettagliata valutazione dei rischi per eliminare immediatamente le condizioni critiche. Se dunque il quick assessment dimostra che il rischio dell’attività rientra tra le due condizioni di esposizione, (“certamente accettabili” e “certamente critiche”) allora è necessario fare riferimento ai metodi dettagliati per la valutazione del rischio. In particolare il Valutatore è invitato e indirizzato a rispondere a una breve serie di pratiche “domande chiave” (“key questions”) le cui risposte lo indirizzeranno nella scelta e nell’applicazione delle norme del caso.
Il secondo obiettivo è quello di fornire a tutti i Tecnici Valutatori dettagli approfonditi e criteri per l’applicazione dei metodi di valutazione del rischio proposti nelle norme originali della serie, in particolare per un approccio alle attività “multitask”.

Per aumentare la conoscenza del Rapporto Tecnico presentiamo gli atti di uno degli interventi, presentati al seminario di Rimini, dal titolo “ISO TR 12295. Inquadramento generale”. Le slide sono a cura di Marco Cerbai e Marco Placci con la collaborazione di Enrico Occhipinti e Daniela Colombini.

Nell’intervento sono presentate innanzitutto le varie norme tecniche europee (CEN) e le norme tecniche ISO di rilievo per la prevenzione dei WMSDs  (WMSD: Work Related Musculo Skeletal Disorder): EN 614-2, EN ISO 14738, EN 1005-2, EN 1005-3, EN 1005-4, EN 1005-5, ISO 11228- 1, ISO 11228- 2, ISO 11228- 3, ISO 11226, ...

Si ricorda poi che il Technical Report è una “sorta di linea guida in cui viene rappresentato lo ‘stato dell’arte’ su una certa materia, ha valore puramente informativo. E il ISO TR 12295, applicativo della serie ISO 11228, è anche “da considerare applicativo del d. Lgs. 81/08 in particolare al Titolo VI” (movimentazione manuale dei carichi).

L’ISO TR 12295 si compone di:
- “un testo principale dedicato alle fasi di identificazione del rischio attraverso key enters (campo di applicazione delle diverse norme della serie) e di valutazione veloce (quick assessment);
- una serie di 3 allegati ciascuno dedicato alle 3 parti principali della serie ISO 11228 con approfondimenti metodologici sui metodi indicati e con particolare attenzione all’analisi di compiti multipli”.
In particolare l’application document “guida l’utilizzatore alla appropriata selezione ed uso semplificato degli standard. A tal fine il documento prevede due STEP preliminari:
- Step 1 Definizione del campo di applicazione. Fornisce semplici chiavi di ingresso (key questions) che consentono all’utilizzatore di selezionare lo/gli standard appropriato/i;
- Step 2 Consente di condurre una ‘valutazione semplificata’ (quick assessment) dei rischi trattati negli standard selezionati.
Un fase di  entry level è destinata anche a definire il campo di applicazione.
Ad esempio:
- riguardo all’applicazione di ISO 11228-1 si chiede se è presente “il sollevamento o il trasporto manuale di un oggetto di 3 kg o più? Se la risposta è no, questo standard non è rilevante”;
- riguardo all’applicazione di ISO 11228-2, “è presente una attività di spinta o traino effettuata con due mani e con tutto il corpo? Se no, questo standard non è rilevante;
- riguardo all’applicazione di ISO 11228-3, “vi sono uno o più compiti ripetitivi degli arti superiori con durata totale di 1 ora o più nel turno? Dove la definizione di compito ripetitivo è: compito caratterizzato da cicli lavorativi ripetuti oppure compito durante il quale si ripetono le stesse azioni lavorative per oltre il 50% del tempo”.

Il quick assessment consiste in definitiva in “una verifica rapida della presenza di potenziali condizioni di rischio (per WMSDs) attraverso semplici domande di tipo quali/quantitativo” ed è indirizzato “a identificare tre possibili condizioni (outputs):
- accettabile (verde): non sono richieste azioni;
- critica: è urgente procedere ad una riprogettazione del posto o del processo;
- necessaria una analisi più dettagliata: è necessario procedere ad una stima o valutazione dettagliata attraverso i metodi analitici indicati negli standard e precisati negli annessi”.
 
Ad esempio il  quick assessment, relativamente agli aspetti preliminari per il sollevamento e trasporto, chiede di verificare se l’ambiente di lavoro è sfavorevole per le attività di sollevamento e trasporto manuale (presenza di temperature estreme; presenza di pavimenti scivolosi, non stabili, irregolari; presenza di spazi insufficienti per il sollevamento e trasporto). O se vi sono caratteristiche sfavorevoli dell’oggetto per il sollevamento e trasporto manuale (dimensione dell’oggetto limita la visuale dell’operatore o ne ostacola il movimento; centro di gravità del carico non stabile; forma dell’oggetto presenta spigoli o superfici taglienti o protrusioni; superfici di contatto troppo calde o fredde). E le attività di sollevamento o trasporto manuale durano più di 8 ore al giorno?

Bando per contributi a sostegno delle imprese artigiane 
La Direzione Generale 2 "Economico e Attività Produttive" - UOD 6 "PMI, Start up e Made in Campania. Accesso al credito. Patrimonializzazione delle imprese. Cooperative e associazioni imprenditoriali", con D.D. n. 1 del 28 maggio 2015, ha approvato l' avviso pubblico per il "Bando per contributi a sostegno delle imprese artigiane per la partecipazione a manifestazioni fieristiche internazionali e nazionali. Anno 2015".

Modalità di compilazione
La modalità di presentazione delle richieste di contributo sarà esclusivamente telematica. A pena di esclusione, le domande di contributo devono essere formulate su modulo conforme a quello scaricabile dal sito www.regione.campania.it . Ciascuna impresa potrà presentare una sola domanda, sia essa in forma singola o aggregazione, con riferimento al presente bando.
E' obbligatoria l'indicazione di un indirizzo PEC, presso la quale l'impresa elegge a domicilio ai fini della procedura e tramite cui verranno gestite tutte le comunicazioni successive all'invio della domanda.

Trasmissione delle domande

Le domande dovranno essere inviate esclusivamente per via telematica al seguente indirizzo di Posta Elettronica Certificata (PEC) della Regione Campania: fiereartigianato2015@pec.regione.campania.it.

Termini di presentazione
Il termine di presentazione delle richieste decorrerà dal decimo giorno successivo alla pubblicazione del suddetto avviso fino al quarantesimo giorno, ovvero a partire dal 25 giugno e fino al 25 luglio 2015 (farà fede la data di spedizione della e mail), saranno quindi escluse le domande spedite prima e dopo tali termini.
 
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La collaborazione del Medico Competente (MC)
 
Medico Competente
Il MC è chiamato dalla normativa a svolgere una funzione fondamentale per la tutela della salute dei lavoratori, uno dei punti di forza della sua attività dovrebbe essere proprio la collaborazione alla valutazione del rischio.
Una collaborazione che “comporta una assunzione di responsabilità professionale e che si sostanzia attraverso un contributo tecnico che riguarda molteplici aspetti del rapporto salute e lavoro. Un contributo che può abbracciare, quindi, aspetti di igiene del lavoro, tossicologici, di ergonomia, per arrivare ad aspetti organizzativo-relazionali”.
Se con il D.Lgs. 81/2008 si pone l'accento sull'obbligo di collaborazione (art. 25), in “assenza di linee-guida o di protocolli operativi espressi da parte di organi istituzionali o società scientifiche, tale condizione ha portato a comportamenti difformi fra i diversi professionisti medici e fra gli operatori degli organi di vigilanza”.
E riguardo agli esiti giurisprudenziali di questa situazione, si segnala la sentenza della Cassazione penale del 15 gennaio 2013 che “ha rigettato il ricorso di un medico competente condannato per il reato contravvenzionale previsto dall’art. 25 c. 1 lett. a) del D.Lgs. 81/08, per non aver collaborato con il datore di lavoro e con il servizio di prevenzione e protezione alla valutazione dei rischi, anche ai fini della programmazione della sorveglianza sanitaria, all'attività di formazione e informazione nei confronti dei lavoratori per la parte di competenza e alla organizzazione del servizio di primo soccorso”.
 
Le linee di indirizzo regionali indicano che “alcune delle attività in obbligo al MC, la relativa modalità di svolgimento e tenuta documentale, testimoniano una collaborazione efficace e dimostrabile”.
In particolare:
- “la programmazione del controllo sanitario dei lavoratori, con le indicazioni dei lavoratori che devono essere sottoposti allo stesso, specificando eventuali esami strumentali e/o di laboratorio mirati al rischio; il protocollo di sorveglianza sanitaria deve essere allegato al DVR;
- l'elaborazione epidemiologica dei dati derivanti dalla sorveglianza sanitaria e dal monitoraggio biologico: l'analisi di tali dati consente di ottenere informazioni anonime collettive assai utili ai fini della individuazione di elementi di rischio in grado di agire sulla salute dei lavoratori (questa eventualità è espressamente prevista dall'art. 35 del D.lvo 81/08)”.

Vigili del Fuoco e l'ISPRA
Nella mattinata di martedì 9 giugno, è stato firmato dal Capo del Corpo Nazionale dei VIgili del Fuoco Gioacchino Giomi e dal Direttore Generale dell'ISPRA, Stefano Laporta, un nuovo protocollo d'intesa per l'attività di controllo sui rischi industriali e radioattività ambientale. La cooperazione tra i due enti assicurerà, tra l'altro, controlli più serrati sui rischi di incidenti rilevanti industriali, in particolar modo quelli riguardanti la Direttiva Europea Seveso III (tra breve pubblicata in Gazzetta) e sulla radioattività ambientale, e una migliore preparazione alle emergenze chimiche, nucleari e radiologiche

L'accordo, della durata di quattro anni e rinnovabile, individua le modalità di collaborazione e di scambio di informazioni nei settori di interesse comune, nell'ambito dei compiti e delle funzioni istituzionali di ciascuna Amministrazione e prevede la stipula di successivi specifici accordi operativi e le relative azioni di programmazione, indirizzo, monitoraggio e verifica da parte di un apposito Comitato di gestione, che opererà sulla base dei programmi e degli indirizzi delle strutture tecniche delle due parti.

La collaborazione tra i Vigili del Fuoco e l'ISPRA ha una storia maturata nel corso degli anni: infatti, già nell'ottobre del 2004 si era stipulata una Convenzione sull’uso pacifico dell’energia nucleare e sui rischi industriali, che ha consentito, sino alla sua scadenza nel 2008, il coordinamento e la realizzazione di importanti sinergie tra le due Amministrazioni in questi ambiti. 

Il nuovo accordo consentirà di gestire ed ottimizzare, in un quadro meglio definito, le numerose iniziative in corso e quelle programmate, anche alla luce dell'evoluzione delle norme per la sicurezza e la protezione ambientale, quali ad esempio il prossimo recepimento della già citata Direttiva europea Seveso III.

bando Life

Pubblicato da Lilino Albanese | 09:23



bando Life
UE: bando Life
Finalità
Il bando ha lo scopo di migliorare lo sviluppo, l’attuazione e l’applicazione della politica e della legislazione ambientale e climatica dell’UE.
Finanziamento
Il bilancio complessivo destinato alle sovvenzioni è pari a 240.811.337 euro; di questo importo, 184.141.337 euro sono destinati alle azioni per il sottoprogramma per l'ambiente e 56.670.000 euro al sottoprogramma per il clima.
Destinatari
PMI, enti locali, enti pubblici, università.
Scadenza
Per i "progetti tradizionali" sono previste le seguenti scadenze:
  • mitigazione dei cambiamenti climatici: 15/09/2015
  • adattamento ai cambiamenti climatici: 15/09/2015
  • governance del clima e informazione: 15/09/2015
  • ambiente e efficienza delle risorse: 01/10/2015
  • natura e biodiversità: 07/10/2015
  • governance ambientale e informazione: 07/10/2015
Per i "progetti preparatori" la scadenza è fissata al 30/10/2015.
Per i "progetti integrati" la scadenza della fase 1 è fissata al 01/10/2015
Per i "progetti di assistenza tecnica" la scadenza è fissata al 15/09/2015
Per i "progetti di "rafforzamento delle capacità" la scadenza è fissata al 30/09/2015. 

organismi paritetici e sanzioni

organismi paritetici e sanzioni
Il Ministero del Lavoro, con nota n. 9483/2015, ha risposto ad alcuni quesiti sugli Organismi paritetici: quali provvedimenti si devono adottare nei confronti del datore di lavoro che dimostri di aver fatto ricorso, nell’adempimento degli obblighi formativi di cui al d.lgs. n. 81/2008, ad Organismi paritetici non in possesso dei requisiti normativi?

Il tema della collaborazione con gli organismi paritetici per la formazione alla sicurezza ha suscitato e stimolato in questi anni richieste di chiarimenti, modifiche normative, precisazioni ministeriali,  risposte a interpelli e anche confronti accesi sugli aspetti più controversi come le modalità di collaborazione o l’eventuale  sanzionabilità per le aziende  non “collaborative”.

Per fornire un po’ di chiarezza sull’interpretazione normativa è intervenuta lunedì scorso la Direzione generale per l’Attività Ispettiva del Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali che, con una Nota del 8 giugno 2015, risponde ad alcuni quesiti in merito al rapporto con gli  Organismi paritetici, specialmente laddove non in possesso dei requisiti di legge. Una nota che si sofferma anche sul significato del termine "collaborazione" e sull'importanza dell'effettività e adeguatezza della formazione erogata anche nel caso della mancata collaborazione con gli organismi indicati al comma 12, articolo 37 del D.Lgs. 81/2008.

La nota presenta innanzitutto i provvedimenti da adottare nei confronti del datore di lavoro che “dimostri di aver fatto ricorso, nell'adempimento degli obblighi formativi di cui al d.lgs. n. 81/2008, ad organismi paritetici non in possesso dei requisiti normativi”.

Si ricorda, a questo proposito, che:
- l’art. 37, comma 1, del D.Lgs. 81/2008 stabilisce l'obbligo, in capo al datore di lavoro, di assicurare che ciascun lavoratore riceva una formazione sufficiente ed adeguata in materia di salute e sicurezza;
- l’art. 37 al comma 12 indica che la suddetta formazione dei lavoratori e quella dei loro rappresentanti deve avvenire, in collaborazione con gli organismi paritetici, ove presenti nel settore e nel territorio in cui si svolge l’attività del datore di lavoro, durante l’orario di lavoro e non può comportare oneri economici a carico dei lavoratori.

Dunque – continua la nota - il datore di lavoro “è tenuto a chiedere la collaborazione degli organismi, costituiti da una o più associazioni dei datori di lavoro e dei lavoratori comparativamente più rappresentative, firmatarie del Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro applicato dall'azienda, in possesso dei requisiti di legge appena richiamati, qualora sussistano contestualmente entrambe le condizioni individuate ex art. 37, co. 12, d.lgs. n. 81/2008: che l'organismo paritetico sia presente nel settore di riferimento (ad es.: edilizia) e nel territorio in cui si svolge l'attività del datore di lavoro (cfr. circ. n. 20/2011 e Accordo Stato Regioni del 25/07/2012)”.

E l’Accordo del 25/07/2012 (le linee interpretative degli Accordi del 21 dicembre 2011) specifica che tale ‘collaborazione’ “non impone necessariamente al datore di lavoro di effettuare la formazione con gli organismi paritetici quanto, piuttosto, di mettere i medesimi a conoscenza della volontà di svolgere una attività formativa”.

Tale richiesta di collaborazione, nelle forme sopra specificate, va dunque trasmessa agli organismi paritetici, cosi come sono definiti dall'art. 2. comma 1, lett. ee) del D.Lgs. 81/2008:

Articolo 2 – Definizioni

(...)
organismi paritetici e sanzioni

ee) «organismi paritetici»: organismi costituiti a iniziativa di una o più associazioni dei datori e dei prestatori di lavoro comparativamente più rappresentative sul piano nazionale, quali sedi privilegiate per: la programmazione di attività formative e l’elaborazione e la raccolta di buone prassi a fini prevenzionistici; lo sviluppo di azioni inerenti alla salute e alla sicurezza sul lavoro; la l’assistenza alle imprese finalizzata all’attuazione degli adempimenti in materia; ogni altra attività o funzione assegnata loro dalla Legge o dai Contratti collettivi di riferimento;

Dunque  la formulazione letterale della definizione richiede che entrambe le parti (associazioni dei datori e dei prestatori di lavoro) “siano comparativamente più rappresentative sul piano nazionale”.
E se in sede ispettiva si riscontra la carenza dei requisiti previsti dalla citata norma in termini di rappresentatività sul piano nazionale per una o entrambe le associazioni stipulanti, “si deve disconoscere la sua qualità di ‘Organismo paritetico’”.

In particolare si ricorda che nel comparto edile la circolare n. 13/2012 “individua le organizzazioni sindacali e datoriali comparativamente più rappresentative a livello nazionale”. E di conseguenza – con riferimento al contenuto della Circolare n. 13 del 5 giugno 2012 – si indica che ‘solo gli organismi bilaterali costituiti a iniziativa di una o più associazioni dei datori di lavoro o dei prestatori di lavoro firmatarie  di tali contratti possano definirsi ‘organismi paritetici’ ai sensi del citato art. 2 e quindi legittimati a svolgere l'attività di formazione, in collaborazione con i datori di lavoro, così come previsto dall'art. 37 del T.U. in materia di salute e sicurezza nei luoghi di lavoro. Pertanto, eventuali altri enti bilaterali costituiti da organizzazioni sindacali e datoriali non in possesso degli indicati requisiti normativi non possono definirsi organismi paritetici ai sensi della previsione normativa del T.U. e, conseguentemente, non possono svolgere l'attività di formazione dei lavoratori e delle loro rappresentanze ai sensi della disposizione di cui al citato art. 37 del Testo Unico’.

Ne consegue dunque che è pertanto “fatto obbligo al datore di lavoro verificare il possesso dei requisiti, previsti dal d.lgs. n. 81/2008, da parte dell'Organismo paritetico”.

La Nota interviene poi più in generale sul tema della sanzionabilità della mancata collaborazione.

Infatti fermo restando quanto già indicato ai fini della legittimazione all'attività formativa, la Nota ricorda che il legislatore non ha previsto alcuna sanzione per la mancata osservanza del comma 12 dell'art. 37 del Testo Unico in materia di salute e sicurezza.
E precisa che “alcuni Uffici, tuttavia, applicano all'ipotesi di formazione impartita dal datore di lavoro senza la collaborazione di un organismo paritetico la sanzione per la violazione dell'art. 37, comma 1, del d.lgs. n. 81/2008 ritenendo la formazione non sufficiente ed adeguata”.
Si ritiene invece “che i termini di adeguatezza e sufficienza della formazione non debbano tanto accertarsi in base all'attuazione e/o alle modalità del rapporto collaborativo con gli organismi paritetici, ove presenti, quanto piuttosto in relazione al rispetto di quanto previsto nell'accordo Stato-Regioni del 21 dicembre 2011”.

Di conseguenza – conclude la nota – “laddove un datore di lavoro eroghi una formazione senza la collaborazione di un organismo paritetico non può essere sanzionato, anche per i principi di legalità, tassatività e ragionevolezza, in base al combinato disposto dei commi 1 e 12 del citato art. 37 d.lgs. n. 81/2008, ritenendo che la formazione sia non sufficiente ed adeguata”.



Nota del 8 giugno 2015

ISO 31000 e il risk-based thinking

Non ci eravamo ancora abituati a chiamare l'attuale ISO 9001 con la sua corretta estensione, 2008, (non più ISO 9001:2000, dunque) che già si iniziava a parlare della nuova revisione della norma che regola i Sistemi di Gestione per la Qualità e che sarà pubblicata, presumibilmente, alla fine del 2015.

 

La nuova ISO 9001 propone un nuovo approccio al concetto di valutazione e gestione del rischio. L’approccio per processi, il risk-based thinking, lo standard ISO 31000 e la definizione di rischio come effetto dell’incertezza sugli obiettivi.


In particolare la novità e il rafforzamento “stanno nell’integrazione tra approccio per processi, metodologia pdca e approccio al rischio.  Dove la metodologia conosciuta come " plan-do-check-act" (pdca) è applicabile a tutti i processi:
- “plan: stabilire gli obiettivi ed i processi necessari per fornire risultati in conformità ai requisiti del cliente e alle politiche dell'organizzazione;
- do: attuare i processi;
- check: monitorare e misurare i processi ed il prodotto a fronte delle politiche, degli obiettivi e dei requisiti relativi al prodotto e riportarne i risultati;
- act: intraprendere azioni per migliorare in continuo le prestazioni dei processi”.

E la nuova norma “rende esplicito l’approccio basato sul rischio che era implicito” nella precedente norma 9001 e indica proprio lo standard ISO 31000 come “linea guida di riferimento per estendere le misure minime stabilite fino a stabilire un approccio formalizzato per la gestione del rischio relativo alla qualità dei propri prodotti/servizi e dei propri processi”.

L’intervento ricorda che lo scopo della ISO 9001 è di assicurare ai clienti di un’organizzazione/azienda che:
- “conosce i propri clienti;
- sa quello del quale hanno bisogno o che desiderano;
- è in grado di fornire in modo ripetitivo un prodotto/servizio che rispetta tali requisiti”.

Uno dei “cambiamenti cruciali” della nuova norma ISO9001:2015, attesa per settembre 2015, presentati nel documento, riguardano il fatto che ora “spetta all’organizzazione, sulla base del ‘risk-based thinking’, determinare quale sia il tipo, l’ampiezza e la profondità dei controlli per l’azienda ed il servizio”.

risk-based thinking.

Il Risk-based thinking “è il processo che dimostra che l’organizzazione comprende quali siano i rischi al proprio SGQ e ai processi che lo costituiscono che possono influenzare la capacità di raggiungere gli obiettivi previsti”.
È dunque necessario “produrre le evidenze che dimostrano che i rischi sono stati identificati e che sono state previste le azioni proporzionali alle conseguenze. I rischi sono dinamici e cambiano con il passare del tempo quindi questo approccio è continuativo e non si esegue una volta sola”.

E se il “risk-based thinking” è sempre stato implicito nella ISO9001 - come ricordato nel precedente intervento – ora viene esplicitato direttamente. Se il documento “non fornisce indicazioni su una o più metodologie” da adottare, è evidente che “la solidità dell’approccio al rischio deve essere proporzionata alle conseguenze che potrebbero nascere nel caso in cui l’incertezza diventasse realtà”.
Riguardo alle azioni per affrontare i rischi e le opportunità, la clausola 6.1.2 della futura ISO 9001:2015 è nuova. Indica che “quando l’organizzazione ha identificato rischi ed opportunità deve decidere come gestirli. C’è anche un’affermazione in merito alla proporzionalità tra le azioni da intraprendere e l’effetto atteso sulla conformità del prodotto/servizio e sulla soddisfazione del cliente”. Ed è chiaro che “una valutazione sbagliata non renderà adatto il SGQ e quindi non efficace”.

La direttiva macchine o MD (Machinery Directive) è un insieme di regole definite dall'Unione europea, rivolto ai costruttori di macchine, che si prefiggono di stabilire i requisiti essenziali per la salute e la sicurezza relativi alla progettazione e alla costruzione delle macchine al fine di migliorare la sicurezza dei prodotti immessi sul mercato europeo.

La MD si applica a macchine fisse, mobili, trasportabili e di  sollevamento/spostamento, anche se alcune macchine restano però escluse dal campo d'applicazione di tale direttiva.

Sono molti gli infortuni gravi che avvengono annualmente in attività di manutenzione delle macchine. E, come ricordato dall’Agenzia Europea per la sicurezza e Salute sul Lavoro nella campagna dedicata alla  manutenzione sicura, malgrado i rischi per i lavoratori dei macchinari industriali non siano nuovi, le macchine continuano a provocare infortuni mortali. Infortuni che il nostro giornale ha più volte descritto nella sua rubrica “ Imparare dagli errori”.

Proprio per migliorare la prevenzione di questi infortuni presentiamo un intervento relativo al convegno “ Sicurezza e qualificazione nelle attività di manutenzione” che si è tenuto a Imola il 19 novembre 2014 nell’ambito delle  Settimane della Sicurezza 2014 organizzate dall' Associazione Tavolo 81 Imola.

Ad esempio la nuova direttiva macchine (punto 1.6.1) in relazione alla manutenzione indica che:
- “i punti di regolazione e di manutenzione devono essere situati fuori dalle zone pericolose;
- gli interventi di regolazione, di manutenzione, di riparazione e di pulitura della macchina devono poter essere eseguiti sulla macchina ferma;
- se per motivi tecnici non è possibile soddisfare una delle precedenti condizioni, devono essere prese disposizioni per garantire che dette operazioni possano essere eseguite in condizioni di sicurezza”.
E il relatore riporta, tratte dalla norma ISO/DIS 14120, alcune indicazioni sulla scelta dei tipi di ripari.
In particolare i ripari “dovrebbero essere scelti (sulla base del numero e della localizzazione dei pericoli) con il seguente ordine di priorità:
- ripari locali che segregano singole zone pericolose se il numero di zone da proteggere è basso; con un rischio residuo accettabile, si permette l’accesso alle parti di macchina non pericolose per manutenzione, regolazione, ecc.;
- riparo che segrega tutte le zone pericolose se il numero o le dimensioni delle zone pericolose sono elevati; in questo caso, le postazioni di messa a punto e manutenzione dovrebbero essere posizionate al di fuori dell’area segregata;
- barriera distanziatrice parziale se l’utilizzo di un riparo a segregazione totale non è possibile ed il numero di zone pericolose da proteggere è basso;
- barriera distanziatrice intorno all’intero perimetro se l’utilizzo di un riparo a segregazione totale non è possibile ed il numero o le dimensioni delle zone pericolose sono elevati”.

Un altro aspetto su cui si ferma la relazione è l’accesso ai posti di lavoro e ai punti d'intervento utilizzati per la manutenzione.
Infatti secondo la direttiva 2006/42/CE la macchina (1.6.2) “deve essere progettata e costruita in modo da permettere l'accesso in condizioni di sicurezza a tutte le zone in cui è necessario intervenire durante il funzionamento, la regolazione e la manutenzione della macchina”.
E la “ Guida all’applicazione della direttiva macchine 2006/42/CE” (2° edizione, giugno 2010)  indica che “il requisito di cui al punto 1.6.2 deve essere considerato quando si posizionano i posti di lavoro e quelli d'intervento per la manutenzione. Posizionare i posti di lavoro e quelli d'intervento per la manutenzione in zone facilmente accessibili, ad esempio al piano terra, può evitare l'esigenza di dotare la macchina di speciali mezzi di accesso. Qualora siano previsti tali mezzi speciali di accesso, i posti di lavoro e quelli d'intervento per la manutenzione cui è necessario accedere frequentemente devono essere posizionati in modo tale da poter essere facilmente raggiungibili tramite un adeguato mezzo di accesso. Come gli stessi punti di regolazione e manutenzione, I mezzi di accesso devono trovarsi al di fuori delle zone pericolose […]”. E inoltre il fabbricante della macchina “ha la responsabilità di fornire la macchina dotata dei mezzi necessari per l'accesso in sicurezza, anche nel caso in cui la costruzione della macchina sia completata presso i locali dell'utilizzatore. In tal caso, il fabbricante della macchina può tener conto dei mezzi di accesso già esistenti nei locali dell'utilizzatore, che dovranno essere specificati nel fascicolo tecnico. I mezzi di accesso ai posti d'intervento per la manutenzione devono essere progettati tenendo conto degli utensili e delle attrezzature necessarie per la manutenzione della macchina. I mezzi speciali per l'accesso straordinario quali, ad esempio, per eseguire delle riparazioni straordinarie, possono essere descritti nelle istruzioni del fabbricante […]. Le specifiche per la scelta e la progettazione di mezzi permanenti di accesso alla macchina sono fornite dalle norme della serie EN ISO 14122”. Norma su cui si sofferma ampiamente il relatore, con particolare riferimento all’utilizzo di scale, piattaforme e passerelle.

Concludiamo tuttavia questa presentazione dell’intervento, che vi invitiamo a visionare integralmente, soffermandoci sulla pulitura delle parti interne delle macchine.

La Direttiva indica che (1.6,5):
- “la macchina deve essere progettata e costruita in modo che la pulitura delle parti interne della macchina che ha contenuto sostanze o preparazioni pericolose sia possibile senza penetrare in tali parti interne; lo stesso dicasi per l'eventuale svuotamento completo, che deve poter essere fatto dall'esterno;
- se è impossibile evitare di penetrarvi, la macchina deve essere progettata e costruita in modo da consentire di effettuare la pulitura in condizioni di sicurezza”.

A questo proposito il relatore ricorda che la pulitura delle parti interne della macchina può essere un'operazione estremamente rischiosa, “soprattutto se l'operatore deve entrare nella macchina per eseguirle, qualora tali parti abbiano contenuto sostanze pericolose”. E per questo “le istruzioni per l'uso devono fornire tutte le indicazioni necessarie per l'esecuzione di tali operazioni in condizioni di sicurezza. Il fabbricante della macchina può anche prevedere mezzi che provvedano a ricambiare in modo sufficiente l'aria all'interno della macchina e/o sensori che individuino la presenza di atmosfere potenzialmente pericolose nelle parti in cui l'operatore deve entrare (per esempio, sensori di concentrazione di ossigeno nell'aria). Associati a queste misure di sicurezza, possono essere previsti dispositivi (per esempio, meccanismi di blocco delle porte di accesso) che impediscano all'operatore di entrare nella macchina finché l'atmosfera in essa presente non è sicura”.
Il relatore si sofferma anche su altri due aspetti:
- “attenzione deve anche essere posta alla possibilità che sostanze pericolose vengano generate da reazioni chimiche tra la rimanenza di quanto contenuto in precedenza dalla macchina e i prodotti usati per la pulizia, per esempio i detergenti; a questo proposito, le istruzioni per l'uso devono contenere, se del caso, tutte le avvertenze necessarie a evitare che una situazione di questo genere possa verificarsi;
- attenzione deve essere pure posta a eventuali impianti antincendio presenti sulla macchina - per esempio, presenti su macchine che lavorano materiali potenzialmente infiammabili, quale la carta - che, al loro azionamento, possono creare situazioni potenzialmente pericolose, soprattutto in zone chiuse della macchina (si pensi, per esempio, a impianti antincendio ad anidride carbonica)”.

Ricordiamo, infine, che la relazione si sofferma anche su:
- selezione del modo di comando o di funzionamento;
- Isolamento dalle fonti di alimentazione di energia;
- istruzioni per l'uso.

manutenzione delle macchine

scale portatili

Pubblicato da Lilino Albanese | 23:30

Un quaderno tecnico per i cantieri temporanei o mobili si sofferma sulle scale portatili. La destinazione d’uso, i limiti nei lavori in quota, le tipologie di scale, la norma UNI EN 131-1, i progetti di norma e la scelta della scala portatile.

Al fine di ridurre al minimo il rischio di incidente, in virtù della evoluzione dei requisiti prestazionali del prodotto, in relazione al progresso tecnologico e al livello di sicurezza che i consumatori possono ragionevolmente aspettarsi, è fondamentale che le scale portatili vengano fabbricate con un livello intrinseco di sicurezza maggiore.

L'individuazione delle misure progettuali e di sperimentazione per ridurre al minimo i rischi connessi con le attività effettuate con le scale portatili coinvolge quindi direttamente l'attività di ricerca sulle caratteristiche di resistenza e di stabilità delle stesse.



Pubblicazione 2015 realizzata da
INAIL
Dipartimento innovazioni tecnologiche
e sicurezza degli impianti, prodotti e insediamenti antropici
AUTORI
Luigi Cortis
Francesca Maria Fabiani
Luca Rossi
Davide Geoffrey Svampa
Dipartimento innovazioni tecnologiche
e sicurezza degli impianti, prodotti e insediamenti antropici
CON LA COLLABORAZIONE DI
Carlo Ratti
Calogero Vitale
Dipartimento innovazioni tecnologiche
e sicurezza degli impianti, prodotti e insediamenti antropici


Protezione da agenti cancerogeni e mutageni 
 
agenti cancerogeni e mutageniIn riferimento al Decreto Legislativo n. 81/2008, Titolo IX, Capo II, riguardante le attività lavorative nelle quali i lavoratori possono essere esposti ad agenti cancerogeni e mutageni si dispone che:
Tutte le lavorazioni con prodotti recanti la dicitura: "R45: può provocare il cancro", "R49: può provocare il cancro per inalazione"  oppure R46: mutageno, devono essere evitate, sostituendo detti prodotti con altri meno nocivi per la salute.
Art. 223 Valutazione del rischio
Il datore di lavoro, in caso di utilizzo di agenti cancerogeni, è tenuto ad effettuare una valutazione del rischio dell’esposizione dei lavoratori a tali agenti e ad integrare così il documento previsto ai sensi dell’art. 28, comma 2, del D.Lgs. 81 del 2008.
La valutazione dovrà tenere in considerazione:
  1. le caratteristiche delle lavorazioni che comportano utilizzo/manipolazione/stoccaggio di agenti cancerogeni (durata dell’esposizione, frequenza, quantità, concentrazione, caratteristiche dell’agente, ecc.)
  2. il numero dei lavoratori esposti agli agenti cancerogeni;
  3. il grado di esposizione confrontato con i limiti introdotti nell’allegato XXXVIII al D.Lgs 81 del 2008 o, laddove non presenti con quelli previsti dal TLW-TWA;
La valutazione dovrà essere aggiornata in caso di modifiche del processo produttivo e comunque ogni 3 anni.
Art. 235 Sostituzione e Riduzione
1. Il datore di lavoro evita o riduce l’utilizzazione di un agente cancerogeno o mutageno sul luogo di lavoro in particolare sostituendolo, se tecnicamente possibile, con una sostanza o un preparato o un procedimento che nelle condizioni in cui viene utilizzato non risulta nocivo o risulta meno nocivo per la salute e la sicurezza dei lavoratori.
2. Se non e' tecnicamente possibile sostituire l’agente cancerogeno o mutageno il datore di lavoro provvede affinché la produzione o l’utilizzazione dell’agente cancerogeno o mutageno avvenga in un sistema chiuso purché tecnicamente possibile.
3. Se il ricorso ad un sistema chiuso non e' tecnicamente possibile il datore di lavoro provvede affinché il livello di esposizione dei lavoratori sia ridotto al piu' basso valore tecnicamente possibile. L’esposizione non deve comunque superare il valore limite dell’agente stabilito nell’allegato XLIII.

Questo opuscolo vuol essere uno strumento di ausilio nell’utilizzo e nella gestione degli agenti cancerogeni e mutageni sul luogo di lavoro.

Pubblicazione realizzata da INAIL 2015

Pubblicazione realizzata da INAIL